<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553</id><updated>2011-09-28T09:02:09.781-07:00</updated><category term='lorenzo renzi'/><category term='futurismo'/><category term='il mulino'/><category term='giuseppe giulietti'/><category term='marineria'/><category term='antonio castronuovo'/><category term='francesca da rimini'/><category term='luigi pasquini'/><category term='dante alighieri'/><category term='storia di rimini'/><title type='text'>Riministoria</title><subtitle type='html'>Archivio informatico di storia di Rimini a cura di Antonio Montanari Nozzoli</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>25</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-8114929779144775907</id><published>2011-04-21T07:40:00.000-07:00</published><updated>2011-04-21T07:42:49.429-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Carta canta. Rimini e il turismo&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Il  ruolo di Rimini nell'industria dell'ospitalità è bene illustrato dalla  prof. Annunziata Berrino, docente di Storia Contemporanea alla  Università Federico II di Napoli, nella sua "Storia del turismo in  Italia" (Bologna 2011). C'è lo stabilimento dei conti Baldini,  finanziato dalla Cassa di risparmio di Faenza, 1843. Ci sono gli  investimenti pubblici (1873) voluti da "un influente gruppo di  proprietari-consiglieri, che riesce a scaricare sul bilancio comunale i  rischi di un investimento che appare ai privati ancora troppo  rischioso".&lt;br /&gt;Il Comune ha gravi perdite. Si favorisce soltanto la  ricchezza privata. Nel 1890 si incentivano i villini economici. La gente  arriva non più per curarsi al mare, ma per divertirsi in Riviera. Agli  inizi del 1900 Rimini domina l'Adriatico, mentre Viareggio regna sul  Tirreno.&lt;br /&gt;Nel 1931 il mitico podestà Pietro Palloni scrive al  sottosegretario agli Interni, Leandro Arpinati, un ex operaio anarchico  di Bologna, "una lettera lucidissima e drammatica": in Italia manca  qualsiasi intervento dello Stato nella propaganda e valorizzazione delle  stazioni turistiche comunali.&lt;br /&gt;Il tema era allora molto discusso. Lo  ha affrontato nel maggio 1928 e nel dicembre 1930 Valfredo Montanari  sulla rivista "Turismo d'Italia", come si legge in un altro lavoro della  prof. Berrino, relativo alla nascita delle Aziende di Soggiorno (1926),  pubblicato da "Storia del turismo. Annale 2004" (Milano 2005).&lt;br /&gt;Il  podestà Palloni è nominato il 18 aprile 1929. Il 10 febbraio 1930  Valfredo Montanari prende servizio al Comune di Rimini come Capo Ufficio  ai Servizi Balneari e Contabilità dell'Azienda di Cura, con delibera  podestarile del 20 gennaio 1930.&lt;br /&gt;Il ruolo di studioso del turismo svolto da &lt;a href="http://digilander.libero.it/monari/marinacentro.html"&gt;Valfredo Montanari&lt;/a&gt;  (1901-1974) negli anni Trenta, emerge anche da un testo apparso nel  1997 in Finlandia (a cura di Taina Syrjämaa, "Visitez l'Italie. Italian  State Tourist Propaganda Abroad 1919-1943. Administrative Structure and  Practical Realization"). Dove si cita un suo articolo del 1933 dedicato a  "La pubblicità collettiva". Taina Syrjämaa appartiene alla "School of  History, University of Turku". Il suo libro ha avuto sei edizioni. Per  il 2011 Turku è una della capitali europee della cultura.&lt;br /&gt;Il volume  di Berrino parte dai viaggiatori del 1800 e si conclude con un accenno  alla crisi del modello turistico romagnolo, ed alla nascita del  divertimentificio, citando un testo di P. Battilani del 2002: il rumore  soppianta la vacanza tranquilla.&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;p align="right"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;b&gt;Antonio Montanari&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:78%;"  &gt;(c) RIPRODUZIONE RISERVATA&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-8114929779144775907?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/8114929779144775907/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=8114929779144775907' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/8114929779144775907'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/8114929779144775907'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2011/04/carta-canta.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-8887477717457740701</id><published>2010-12-28T07:18:00.000-08:00</published><updated>2010-12-28T07:26:56.093-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Benno trascurato&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:verdana;" &gt;Mi è appena giunto il primo volume della "Storia della Chiesa riminese", intitolato "Dalle origini all'anno Mille".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Sfoglio alcune sezioni più legate ai miei studi, e cerco una citazione "politica" per Benno...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La trovo a p. 65 nel saggio di Raffaele Savigni, professore associato di Storia medievale.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Qui si parla di "Bennone figlio di Vitaliano detto Bennio, che nel 1014 dona al figlio Pietro il castello di Morciano", e lo si dichiara "un importante esponente del ceto dirigente riminese, definito da Pier Damiani decus regni, pater patriae, lux Italiae".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:verdana;" &gt;Chiudiamo il libro e torniamo all'argomento.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Benno (il padre) muore nel 1061. Nel 1061 avviene pure la fondazione, da parte di Pier Damiani, del monastero intitolato a san Gregorio e posto nel territorio riminese, in località detta Morciano.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Ma c'è qualcosa d'altro che nel volume non si cita: Benno è dato da Pier Damiani per ucciso nel corso di una «guerra»: «lui, per merito del quale fiorì la pace», fu forse vittima di una lotta sulla cui origine possono essere avanzate soltanto alcune ipotesi connesse al ruolo politico svolto dallo stesso Benno.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:verdana;" &gt;Per chiarire le cose, ripubblico un mio articolo del 1983, facendolo precedere da un riassunto apparso sul Corriere Romagna il 26 aprile 2007.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:verdana;" &gt;Da essi appare evidente che la figura di Pietro Pennone neppure questa volta ha ricevuto il risalto che merita nella storia "civile" e della Chiesa riminese.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Nel mio articolo del 1983, riprendevo quanto nel 1965 Scevola Mariotti suggeriva, interpretando in modo nuovo il carme XCIX di Pier Damiani, al v. 12 edito come "per quem pax viguit, bellica sors perimit", anziché "bellica sors periit", per cui abbiamo: "la guerra uccise colui per merito del quale fiorì la pace", anziché "per lui fiorì la pace, la guerra cessò".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Scevola Mariotti aggiungeva: "Quindi, a quanto pare, Bennone fu ucciso in un fatto di guerra". &lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Questo testo di Scevola Mariotti è stato da me citato nella nota 70 di p. 99 della "Storia di Rimino" di Antonio Bianchi (Rimini, 1997).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Di Benno ho parlato nel 2010 in un articolo pubblicato sul "Ponte" di Rimini il 24 febbraio, intitolato "&lt;a href="http://digilander.libero.it/antoniomontanari/ilrimino.2010/scolca.html"&gt;Le carte segrete di Scolca&lt;/a&gt;", in cui si legge:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;"Pier Damiani è molto citato e poco letto. Nel 1069 Pietro Bennone gli dona vasti possedimenti (poi passati a Scolca) per l'abbazia di San Gregorio in Conca di Morciano da lui fondata nel 1061. Bennone è figlio di Benno, grande feudatario e uomo politico di Rimini. Pier Damiani compiange la morte di Benno (1061) in un carme, definendolo "padre della Patria, luce dell'Italia".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il "padre della Patria" o della città (come scrissi su "il Ponte" del 12.06.1983), è il rappresentante della vita municipale che doveva vegliare alla difesa del Comune sotto il dominio della Chiesa. Una figura ben distinta dal conte, delegato pontificio od imperiale. Uomo giusto e pio, severo con gli oppositori ma dolce con gli indifesi, Benno è dato da Pier Damiani per ucciso nel corso di una "guerra": "lui, per merito del quale fiorì la pace".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La morte di Benno è una pagina (chissà perché) trascurata dagli storici ufficiali, ma capace di illuminare fondamentali vicende cittadine dei "secoli bui"."&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:verdana;" &gt;I documento&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:verdana;" &gt;San Pier Damiani tra Morciano e Rimini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il ricordo di san Pier Damiani organizzato a Morciano (27-29 aprile 2007) nel millenario della nascita, riguarda anche Rimini. Dove abitava la famiglia dei Bennoni che gli fece varie donazioni tra cui quella della terra su cui fu fondata, nel 1061 dallo stesso Pier Damiani, l'abbazia di san Gregorio in Conca a Morciano.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il padre Benno era un grande feudatario, proprietario di vaste estensioni di terreni. Sua moglie Armingarda gli aveva recato in dote altre proprietà fondiarie. Dal loro matrimonio nacquero tre figli. Uno soltanto, Pietro Bennone, sopravvisse al padre. I territori assoggettati al loro controllo o di loro proprietà s'estendevano tra Rimini, l'entroterra riminese e quello marchigiano.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Quando Benno morì nello stesso 1061, fu ricordato da Pier Damiani in un carme. Benno vi è definito «onore del regno, e gloria della stirpe romana, padre della Patria, luce dell'Italia». Padre della Patria o della città era chiamato il rappresentante della vita municipale che doveva vegliare alla difesa del Comune sotto il dominio della Chiesa romana. Era una figura ben distinta dal conte che era un delegato pontificio od imperiale.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Uomo giusto e pio, severo con gli oppositori ma dolce con gli indifesi, Benno è dato da Pier Damiani per ucciso nel corso di una «guerra»: «lui, per merito del quale fiorì la pace», fu forse vittima di una lotta sulla cui origine possono essere avanzate soltanto ipotesi connesse al ruolo politico svolto dallo stesso Benno.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Uomo di fede e difensore degli interessi della Chiesa (altrimenti Pier Damiani non l'avrebbe glorificato), mentre la feudalità laica mirava ad una sostanziale autonomia politica ed aumentavano i sostenitori dell'indipendenza cittadina, Benno probabilmente non riuscì a pervenire ad una sintesi originale tra mondo laico ed ecclesiastico, per conciliare gli interessi «particulari» cioè cittadini con quelli della sede di Pietro.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;I riminesi possono aver visto in Benno un capo che finiva per essere più il rappresentante del pontefice (come il conte) che della loro comunità. E quindi possono aver cessato di considerarlo come un'espressione della giustizia e dell'equilibrio nei rapporti fra la città e Roma. Nell'additarlo pubblicamente come traditore, sarebbe stata così scritta la sua condanna a morte. [Antonio Montanari, 2007]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:verdana;" &gt;II documento&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:verdana;" &gt;Pier Damiani e Benno, vicende politiche&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:verdana;" &gt;a Rimini a metà dell'XI secolo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La famiglia riminese dei Bennoni fece a varie riprese donazioni a Pier Damiani, fondatore dell'abbazia di san Gregorio in Conca di Morciano.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;I componenti della famiglia dei Bennoni sono citati ripetutamente ed in modo sparso sia nei documenti medievali sia in opere di studiosi riminesi del XVII e XVIII secolo. Il ruolo politico svolto dai Bennoni nel nostro territorio va collocato nel contesto "internazionale" che vede la rinascita economica, la crisi del sistema feudale e la riscossa spirituale della Chiesa.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il contesto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La rinascita economica in sede locale è testimoniata dalla costruzione del nuovo porto del Marecchia (1059) e dall'allargamento della cinta muraria.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La crisi del sistema feudale è ravvisabile nella posizione di autonomia di Rimini nei confronti dell'arcivescovo di Ravenna al quale spettava, per volere degli imperatori tedeschi, una specie di principato ecclesiastico anche sulla nostra città.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Infine, la riscossa della Chiesa è attestata dalla fioritura di iniziative tra le quali va annoverata nel 1061 la fondazione, da parte di Pier Damiani, del monastero intitolato a san Gregorio e posto «nel territorio riminese, in località che è detta Morciano».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La famiglia dei Bennoni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Sullo sfondo di tutte queste situazioni e vicende si colloca la storia della famiglia riminese dei Bennoni.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il padre, Benno «venerabile figlio del fu Vitaliano Benno», era un grande feudatario, proprietario di vaste estensioni di terre.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Sua moglie Armingarda, «figlia del defunto illustre signore Tebaldo», gli aveva recato in dote altre proprietà fondiarie.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Dal loro matrimonio nacquero tre figli. Uno soltanto, Pietro Bennone, sopravvisse al padre.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;I loro territori&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;I territori assoggettati al loro controllo o di loro proprietà s'estendevano tra Rimini, l'entroterra riminese e quello marchigiano.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Benno prima e poi Armingarda fecero donazioni a Pier Damiani per il monastero di san Gregorio, sorto così in terra appartenuta alla famiglia riminese.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Ruoli pubblici&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Dagli atti, sappiamo che sia Benno sia Pietro Bennone, suo figlio, furono tra i cittadini nobili ed importanti, non soltanto grazie alla loro rilevanza economica bensì anche per la partecipazione alla vita pubblica della nostra città.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Quando Benno morì nel 1061, fu ricordato da Pier Damiani in un carme in sua memoria. In esso Benno è definito «onore del regno, e gloria della stirpe romana, padre della Patria, luce dell'Italia».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Pier Damiani&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Nel tono di commossa esaltazione usato da Pier Damiani per commemorare l'amico scomparso, non c'era soltanto la gratitudine per la donazione ricevuta, bensì pure (e l'uso della definizione di «padre della Patria» lo conferma), la descrizione del ruolo politico e civile svolto da Benno in Rimini.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Padre della Patria o della città era chiamato il rappresentante della vita municipale che doveva vegliare alla difesa del Comune sotto il dominio della Chiesa romana. Era una figura ben distinta dal conte che era un delegato pontificio od imperiale.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Uomo giusto e pio, severo con gli oppositori ma dolce con gli indifesi, Benno è dato da Pier Damiani per ucciso nel corso di una «guerra»: «lui, per merito del quale fiorì la pace», fu forse vittima di una lotta sulla cui origine possono essere avanzate soltanto alcune ipotesi connesse al ruolo politico svolto dallo stesso Benno.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Benno, una condanna a morte&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Uomo di fede e difensore degli interessi della Chiesa (altrimenti Pier Damiani non l'avrebbe glorificato), mentre la feudalità laica mirava ad una sostanziale autonomia politica ed aumentavano i sostenitori dell'indipendenza cittadina, Benno probabilmente non riuscì a pervenire ad una sintesi  originale tra mondo laico ed ecclesiastico che potesse conciliare gli interessi «particulari» cioè cittadini con quelli della sede di Pietro. Per cui i riminesi possono aver visto in Benno un capo che finiva per essere più il rappresentante del pontefice (come il conte) che della loro comunità. E quindi possono aver cessato di considerarlo come un'espressione della giustizia e dell'equilibrio nei rapporti fra la città e Roma.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Nell'additarlo pubblicamente come un traditore, si sarebbe così cominciato a scrivere la sua condanna a morte. Portata ad esecuzione nell'anno stesso della fondazione del monastero di San Gregorio, il 1061.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Rimangono molti dubbi sulla figura e sull'opera di Benno, così come resta probabile il fatto che la sua vicenda possa rappresentare una tappa nella trasformazione della realtà locale della Romagna nell'XI secolo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;La morte violenta di Benno potrebbe inserirsi nella serie di azioni che precedono la nascita del Comune, e testimonierebbe una serie di fermenti che coinvolsero la Chiesa, l'impero e la realtà cittadina. [Antonio Montanari, «IL PONTE», n. 22, 12 giugno 1983]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-8887477717457740701?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/8887477717457740701/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=8887477717457740701' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/8887477717457740701'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/8887477717457740701'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2010/12/benno-trascurato-mi-e-appena-giunto-il.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-5289368593475000437</id><published>2010-09-12T07:10:00.000-07:00</published><updated>2010-09-12T07:13:25.141-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s1600/malatesti_logo.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 179px; height: 221px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s1600/malatesti_logo.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Rimini 150. In poche parole&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;2. Folla&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Alla folla oceanica del fascismo si arriva dopo la "grande guerra". I marinai sono i primi a rimetterci. Tra i più anziani c'è chi distrugge «quei trabaccoli la cui costruzione era costata lunga fatica e penosi sacrifici» (G. Facchinetti).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Il biennio 1919-1920 passa fra bandiere rosse, camicie nere ed occupazioni contadine delle terre.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Lo sciopero generale (1919) per il «poco pane» avviato dai ferrovieri, costringe il Comune a dimezzare i prezzi di tutti i prodotti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;I proprietari fondiari non accettano di riformare il patto colonico. I contadini iniziano (luglio 1920) lo «sciopero delle vacche», durato otto giorni. Le portano dalle campagne ai padroni.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Durante lo sciopero generale del primo luglio 1920 un possidente di San Lorenzo in Strada, Secondo Clementoni (44 anni), è ucciso. Tre anni dopo stessa sorte per suo figlio Pietro (23), ex presidente della locale cooperativa 'bianca' di consumo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;La Sinistra vince le elezioni comunali (17.10.1920). Arriva il «biennio nero» 1921-22 con lo squadrismo giustificato da «L'Ausa» (organo dei popolari di don Sturzo): «Le oppressioni selvagge e vigliacche dei socialisti non si contano più. Con questi degenerati bisogna tornare al medio evo ed instaurare la legge del taglione».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Il movimento fascista nasce ufficialmente in un albergo di piazza Cavour (24.4.1921). Il giorno prima su «L'Ausa» un articolo firmato G. (don Domenico Garattoni?) incensa il santo manganello: «La violenza fascista ha portato realmente un grande bene alla Nazione, purificando l'aria dai pestiferi bacilli rossi».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Il foglio socialista «Germinal» ha anticipato (24.12.1920) la costituzione del fascio, descrivendo «un gran daffare tra i figli di papà mangiasocialisti di Rimini e qualche pezzo grosso del fascismo forestiero», non esclusi alcuni reazionari di San Marino.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;A Serravalle prima delle elezioni politiche del 15 maggio 1921 avviene il ferimento mortale del dottor Carlo Bosi. Che era con il figlio Vittorio, noto squadrista, vero obiettivo dell'agguato.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Dalle urne locali escono primi i socialisti con 2.528 voti in meno. I comunisti al debutto ne prendono 2.198. I popolari 4.560 (+1.120 sul 1919).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Il 19 maggio 1921 è ucciso Luigi Platania (31 anni). Anarchico, fondatore dei fasci, combattente in Libia ed interventista andato al fronte, ha fatto pure la «settimana rossa». Quando fu sospettato del furto di una cassaforte assieme a Carlo Ciavatti, al quale avrebbe sottratto parte del bottino. Ricevendone una minaccia che a Ciavatti costa 14 anni di galera.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a style="font-family: verdana; color: rgb(0, 0, 153);" href="http://digilander.libero.it/riministoria/storia/150/indice.html"&gt;Indice Rimini 150&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-5289368593475000437?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/5289368593475000437/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=5289368593475000437' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/5289368593475000437'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/5289368593475000437'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2010/09/rimini-150_12.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s72-c/malatesti_logo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-6195216227208427702</id><published>2010-09-09T07:25:00.000-07:00</published><updated>2010-09-09T07:29:16.807-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s1600/malatesti_logo.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 171px; height: 212px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s1600/malatesti_logo.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Rimini 150. In poche parole&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;1. Popolo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rileggiamo le vicende di Rimini dopo l'Unità d'Italia, attraverso qualche parola. Cominciamo da "popolo".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Piace ai politici, è tenuto d'occhio dai pulizai. Novembre 1861 (il regno d'Italia è nato il 17 marzo), viaggio inaugurale della ferrovia Bologna-Ancona. Il re Vittorio Emanuele II sosta in stazione sul mezzogiorno, per uno spuntino. Scrive Luigi Tonini: «Gran concorso di gente, donne, popolo, ma pochissimi evviva».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel settembre 1888 un altro re, Umberto I, visita lido e Kursaal. Nel luglio 1900 arriva l'anarchico Gaetano Bresci. Con la rivoltella portata da Paterson (New Jersey). Come ricordava Guido Nozzoli, si esercita nel cortile di palazzo Lettimi, sotto gli occhi di Domenico Francolini, repubblicano poi socialista ed anarchico, che vi abita quale marito di donna Costanza Lettimi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bresci è ospitato nel borgo San Giuliano dall'oste anarchico Caio Zanni, arrestato dopo il regicidio (29 luglio) e trasferito al carcere di San Nicola di Tremiti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da palazzo Lettimi (lo testimoniava una lapide dettata nel 1907 da Domenico Francolini), s'erano mossi «nel 1845 gli audaci rivoltosi, preludenti l'italico risorgimento», guidati da Pietro Renzi. Quando «tutta Romagna ribolliva», e Rimini era «una delle città riscaldate» (L. Tonini).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;10 settembre 1912, è firmato il nuovo patto colonico riminese che non soddisfa i socialisti e che (osserva «L'Ausa») è applicato da «troppo pochi proprietari». Le agitazioni nelle campagne continuano e sfociano nella «settimana rossa» (giugno 1914).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 25 luglio 1914 arrivano i deputati repubblicani. Sono contro l'intervento a fianco dell'Austria. Il 26 Benito Mussolini grida sull'«Avanti!» che dirige: «Abbasso la guerra!». Tocca al «proletariato d'Italia» muoversi per non farsi condurre «al macello un'altra volta».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'«altra volta» è la guerra di Libia. Anche per le imprese coloniali sono morti molti nostri giovani: in Eritrea, in Somalia (Carlo Zavagli è il più noto) ed in Libia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 2 agosto Roma sceglie la neutralità. Mussolini dal suo nuovo giornale «Il Popolo d'Italia» vuole l'intervento. Per realizzare la rivoluzione sognata durante la «settimana rossa».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«L'Ausa» lo definisce «un ciarlatano ombroso e un arrivista qualunque» da fischiare e spazzar via. Prima lo aveva elogiato come «battagliero nemico delle ipocrisie e delle mezze coscienze, pieno di rude franchezza romagnola».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il pomeriggio del 23 maggio 1915 i carabinieri a cavallo annunciano a tromba la guerra. Rimini avrà 644 caduti.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-6195216227208427702?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/6195216227208427702/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=6195216227208427702' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/6195216227208427702'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/6195216227208427702'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2010/09/rimini-150.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s72-c/malatesti_logo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-7936783175079509141</id><published>2010-08-09T02:29:00.000-07:00</published><updated>2010-08-09T02:31:36.432-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s1600/malatesti_logo.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 87px; height: 107px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s320/malatesti_logo.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5502656258109883938" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Malatesti, se lo storico inventa&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Pandolfo II a dieci anni è dato gia per capo di milizie&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il caso di Pandolfo II Malatesti è illuminante. Lo fanno nascere molti anni dopo la sua vera venuta al mondo, cioè nel 1325 e poi quando ha sui dieci anni (1335) lo presentano miracolosamente al comando di armati vittoriosi che gli garantiscono la carica di podestà di Fano.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Occorrerebbe un altro Freud per descrivere la psico-patologia degli storici che non hanno il buon senso normale in un lettore qualsiasi di libri. In mancanza di ciò, basterebbe a quegli eccelsi studiosi di mettersi a contare con le dita delle mani. Per constatare che nove o dieci anni sono pochi per guidare una truppa, anche se in quei tempi (tanto rimpianti da chi, ignorando tutto della Storia, li crede ispirati alla grande morale dell'Occidente), essi bastavano per celebrare matrimoni imposti soltanto dalla ragion politica.&lt;span class="Apple-converted-space"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Uno studioso italiano nel 1907 ha posto il problema della nascita di Pandolfo II, anticipandola dal 1325 al periodo 1310-1315. L'unico accenno a questo studioso pare essere quello presente in un saggio apparso a Stoccolma nel 2004.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Pandolfo II scompare nel 1373. Ma anche su questa data c'è stato un equivoco, per fortuna meno diffuso di quello relativo alla nascita.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Prendiamo una vecchia edizione delle lettere latine di Francesco Petrarca, quella curata da Giuseppe Fracassetti nel 1863 (vol. III, p. 373). L'epistola n. 27 (del 28 agosto 1367) delle cosiddette "Variae", diretta a Pietro di Bologna, dice che al poeta le cose stavano andando alquanto bene quando fu rattristato da due notizie, la partenza di Pandolfo Malatesti e la morte di Giovanni Pepoli.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Petrarca da intellettuale incallito e forse soltanto per passare il tempo, fa lo spiritoso come ogni intellettuale incallito crede di essere autorizzato ad apparire in ogni circostanza.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Infatti scrive (chiediamo scusa per la citazione latina che può provocare orticaria in chi non ci ama): "Omnia enim satis prospere ibant, nisi e duobus oculis meis alter abiisset, alter obiisset: Dominum Pandulphum loquor, ed Dominum Iohannem De Pepolis...".&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;I due verbi usati da Petrarca (ecco la spiritosaggine da intellettuale), sono uguali tranne che nella lettera iniziale. "Abire" significa partire, "obire" invece tirar le cuoia.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Nel riassunto che offre (in latino) sotto il titolo della lettera 27, Fracassetti scrive erroneamente "De obitu Pandulphi Malatestae et Iohannis Pepoli", ovvero "Della morte di Pandolfo e di Giovanni Pepoli". Quando traduce questa lettera 27 in italiano (vol. V, p. 310), Fracassetti si corregge.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Nel sommario infatti mette: "Della partenza di Pandolfo Malatesta, e della morte di Giovanni Pepoli". La traduzione di Fracassetti del passo latino che abbiamo riportato, è la seguente: "Tutto mi sarebbe andato a seconda, se non fossero venute a turbarmi una partenza e una morte...".&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Tutto risolto? No, perché il buon Fracassetti nell'edizione italiana (quinto ed ultimo volume) delle lettere petrarchesche, inserisce un indice in cui c'è ovviamente tutto su tutti, e di Pandolfo II (p. 521) si dà la notizia della morte contenuta appunto nella lettera 27 delle "Variae".&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Un altro errore malatestiano di Fracassetti riguarda la lettera 18 delle "Variae" che nel testo latino (III, 341) è detta indirizzata "Ad ignotos". L'errore è ripetuto in quello italiano (V, p. 263).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Edizioni più recenti invece riportano quella epistola (del 1364) con i nomi esatto dei destinatari, Pandolfo II e Galeotto detto Malatesta Ungaro perché nel 1347 nominato cavaliere dal re d'Ungheria. La lettera è importante perché esprime il cordoglio di Petrarca ai due fratelli per la scomparsa del loro padre, Malatesta Antico detto "Guastafamiglia". Essa è definita un grave danno anche per l'Italia. Di lui, aggiunge il poeta, resta il ricordo lieto di una vita gloriosa, e soprattutto più famosa di tutti gli altri contemporanei.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Il tono di affettuosa partecipazione al dolore di Pandolfo II per la morte del genitore, conferma che sia in Petrarca sia nel politico e condottiero non restano tracce di quei contrasti che oppongono il Malatesti ai Visconti e costringono il poeta a scrivere male parole contro l'amico in nome dei propri datori di lavoro, come si è visto in una pagina precedente.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Riposi in pace, Malatesta Antico, e la sua ombra ci perdoni se adesso parliamo della sua consorte che soltanto confuse cronache locali (detto fuori dai denti, il solito Clementini, come malignerebbe Carlo Tonini), identificano in Costanza Ondedei da Saludecio.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Fonti lontane da Rimini parlano invece di un'altra Costanza, della casa d'Este, figlia di Azzo VIII e della sua seconda moglie, Beatrice d'Anjou, figlia di Carlo II re di Sicilia.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;La prima moglie di Azzo VIII è stata Giovanna Orsini nata da Bertoldo conte di Romagna nel 1278, il cui padre è Gentile I Orsini fratello di Giovanni Gaetano divenuto papa Niccolò III. Bertoldo conte di Romagna ha un fratello, Orso Orsini che genera un altro Bertoldo (+1344) padre di quella Paola Orsini (+1371) che diventa moglie di Pandolfo II, madre di Malatesta dei Sonetti e nonna di Cleofe.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Le notizie delle nozze di questi signori medievali, non interessano quale motivo di pettegolezzo mondano o sessuale in stile dannunziano. Servono a delineare un contesto politico, in cui ogni matrimonio corrisponde a precisi disegni di strategia dinastica.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Clementini ha confuso le notizie sulle Costanze che appaiono in casa d'Este e in quella dei Malatesti.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Per non farla lunga, c'è la Costanza (I) che sposa l'Antico, e c'è la Costanza (II) che sposa in seconde nozze il figlio dell'Antico, Malatesta Ungaro, e che era nata da Obizzo III d'Este e dalla sua seconda moglie (1347) Filippa Ariosti. Per non restare nel vago, e quindi prevenire le altrui maldicenze, precisiamo: Obizzo III, signore di Modena e Ferrara, è figlio di Aldobrandino II fratello di Azzo VIII padre della Costanza (I) che sposa l'Antico.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Non dimentichiamoci di Filippa Ariosti: pare che le nozze della nobile bolognese con Obizzo III siano avvenute soltanto in "articulo mortis", dopo che aveva dato al proprio compagno undici o più figlioli lungo un ventennio.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Dalla sua famiglia, trapiantata da Bologna a Ferrara, germogliano "uomini illustri assai in diverse classi", come quel Ludovico Ariosto poeta, secondo quanto si legge nelle "Memorie per la storia di Ferrara" di A. Frizzi (1850, p. 313).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Una sorella di Pandolfo II, Maxia o Masia diventa moglie di Opicino Pepoli, figlio di Giacomo il quale era fratello di quel Giovanni che abbiamo incontrato nella lettera di Petrarca del 1367.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Giovanni e Giacomo dal 1347 al 1350 governano la città di Bologna, dopo la scomparsa del padre Taddeo. (Taddeo Pepoli è il primo signore di Bologna, nel 1337: "dottore in legge ed erede della grande fortuna immobiliare ereditata dal padre esercitando l'attività bancaria", proviene "da una famiglia borghese, che per generazioni aveva esercitato l'attività di beccaio passando poi a quella di notaio", G. Fasoli.)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Il 1350 è l'anno in cui papa Clemente VI nomina conte di Romagna un provenzale che ha sposato una sua parente, Astorgio di Durfort da Limonges.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Astorgio è considerato abile soltanto a ordire tradimenti, lasciar in pace i nemici e rivolgere le armi contro gli amici. Arresta Giovanni Pepoli quando si reca al suo campo per conferire con lui, la stessa sorte tocca a Giacomo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Per liberarli, Astorgio chiede un riscatto impossibile, 80 mila fiorini. Per averli, il 16 ottobre 1350 i Pepoli vendono Bologna all'arcivescovo Giovanni Visconti signore di Milano (per 250 mila fiorini). Astorgio si serve di quei soldi per calmare le proprie truppe che si erano ammutinate perché malpagate.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;La prima moglie di Obizzo III d'Este è Giacoma Pepoli (1317), sorella del Taddeo appena ricordato. Il loro padre si chiama Romeo Pepoli, ed è capo della cosiddetta protosignoria di Bologna.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Da Obizzo e Giacoma nasce Violante che nel 1345 sposa Malatesta Ungaro di cui è la prima moglie. La seconda (1362) è la Costanza (II) che era pure cognata del marito, essendo sorellastra di Violante d'Este.&lt;span class="Apple-converted-space"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Circa Romeo Pepoli, lo storico tedesco Heinrich Leo osserva che se con i concittadini si comporta come un "guelfo oltranzista", invece si presenta "spregiudicato in politica estera tanto da favorire il matrimonio della figlia Giacoma con Obizzo III d'Este".&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Queste nozze sono un evento con valore eminentemente politico sia per i Pepoli sia per gli Este. A Bologna già nel 1316 ci sono state acque agitate a danno dei guelfi, mentre si stava formando un nuovo partito ghibellino. Ne era diventato capo appunto Romeo Pepoli, in concomitanza con il matrimonio fra sua figlia Giacoma e Obizzo III, leggiamo ancora in Heinrich Leo. Il quale aggiunge: le nozze sembrano favorire soprattutto gli Este.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Essi nel 1317, disponendo di grandi risorse in denaro e forti di potenti alleanze, riescono a spingere una parte della borghesia ferrarese a rivoltarsi in loro favore contro la guarnigione francese, approfittando della momentanea partenza del governatore inviato in città da re Roberto di Napoli.&lt;span class="Apple-converted-space"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Dall'Ungaro e Violante nasce un'altra Costanza (III) che chiameremo "la peccatrice", in riferimento alla leggenda (fonte, il solito Clementini) che la vuole donna dalla "vita disonesta", e nel 1378 vittima di un delitto d'onore pensato in famiglia, mentre giaceva con un nobile tedesco.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Costanza "peccatrice" nel 1363 sposa Ugo, il fratellastro della propria madre Violante, essendo figlio naturale di Obizzo III (+1352) signore di Ferrara dal 1329 assieme ai fratelli Rinaldo (+1335) e Niccolò I (+1344).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;La memoria di Ugo è stata tramandata anche da Petrarca in una sua lettera al di lui fratello Nicola d'Este, dove ne parla dopo la scomparsa, avvenuta il 2 agosto 1370 (Sen., XIII, 1, 5.8.1370): «Ahi! che perdemmo, [...] un che m'era per dignità signore indulgentissimo, e per amore figliuolo obbediente, il quale non per mio merito alcuno, ma per sola nobiltà dell'animo suo aveva, siccome tu sai, cominciato non tanto ad amarmi quanto a venerarmi, per guisa che più della compiacenza era in me grande la meraviglia di un affetto e di una reverenza tanto sproporzionata alla diversità degli anni nostri e della nostra condizione».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Ferrara nel 1208 è il primo esempio di città libera in Italia, con l'elezione di Azzo VI detto Azzolino a suo signore perpetuo. Azzo ne era stato podestà (1196), ed aveva lottato a lungo (dal 1205) contro il ghibellino Salinguerra Torelli.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Ferrara nel 1309 è ritornata alla Chiesa che l'ha ceduta in vicariato a Roberto d'Angiò re di Napoli, figlio di Carlo II e quindi fratello di Beatrice, seconda moglie di Azzo VIII.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;Gli Angioini in questi anni hanno una "presenza costantemente ambigua" nella nostra regione: al servizio della Curia, essi spesso lavorano contro i papi per sete di potere (A. Vasina). Gli Este nel 1327 sono nominati vicari imperiali di Ferrara, nel 1329 vicari apostolici. Nel 1331 essi sono infeudati dalla Chiesa. Bologna nel 1331, con il beneplacito del legato, passa in mano a Giovanni re di Boemia, padre di Carlo IV l'imperatore del tempo del nostro Pandolfo II Malatesti.&lt;span class="Apple-converted-space"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="border-collapse: separate; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; line-height: normal; orphans: 2; text-indent: 0px; text-transform: none; white-space: normal; widows: 2; word-spacing: 0px;font-family:Times;font-size:medium;"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(0, 0, 128); text-align: justify;font-family:Verdana;" &gt;© by Antonio Montanari&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-7936783175079509141?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/7936783175079509141/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=7936783175079509141' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/7936783175079509141'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/7936783175079509141'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2010/08/malatesti-se-lo-storico-inventa.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s72-c/malatesti_logo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-4577062640977696736</id><published>2010-08-09T02:25:00.000-07:00</published><updated>2010-09-09T07:31:45.059-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Il caso di Pandolfo II Malatesti è illuminante. Lo fanno nascere molti anni dopo la sua vera venuta al mondo, cioè nel 1325 e poi quando ha sui dieci anni (1335) lo presentano miracolosamente al comando di armati vittoriosi che gli garantiscono la carica di podestà di Fano.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Occorrerebbe un altro Freud per descrivere la psico-patologia degli storici che non hanno il buon senso normale in un lettore qualsiasi di libri. In mancanza di ciò, basterebbe a quegli eccelsi studiosi di mettersi a contare con le dita delle mani. Per constatare che nove o dieci anni sono pochi per guidare una truppa, anche se in quei tempi (tanto rimpianti da chi, ignorando tutto della Storia, li crede ispirati alla grande morale dell'Occidente), essi bastavano per celebrare matrimoni imposti soltanto dalla ragion politica.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Uno studioso italiano nel 1907 ha posto il problema della nascita di Pandolfo II, anticipandola dal 1325 al periodo 1310-1315. L'unico accenno a questo studioso pare essere quello presente in un saggio apparso a Stoccolma nel 2004.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Pandolfo II scompare nel 1373. Ma anche su questa data c'è stato un equivoco, per fortuna meno diffuso di quello relativo alla nascita.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Prendiamo una vecchia edizione delle lettere latine di Francesco Petrarca, quella curata da Giuseppe Fracassetti nel 1863 (vol. III, p. 373). L'epistola n. 27 (del 28 agosto 1367) delle cosiddette "Variae", diretta a Pietro di Bologna, dice che al poeta le cose stavano andando alquanto bene quando fu rattristato da due notizie, la partenza di Pandolfo Malatesti e la morte di Giovanni Pepoli.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Petrarca da intellettuale incallito e forse soltanto per passare il tempo, fa lo spiritoso come ogni intellettuale incallito crede di essere autorizzato ad apparire in ogni circostanza.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Infatti scrive (chiediamo scusa per la citazione latina che può provocare orticaria in chi non ci ama): "Omnia enim satis prospere ibant, nisi e duobus oculis meis alter abiisset, alter obiisset: Dominum Pandulphum loquor, ed Dominum Iohannem De Pepolis...".&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;I due verbi usati da Petrarca (ecco la spiritosaggine da intellettuale), sono uguali tranne che nella lettera iniziale. "Abire" significa partire, "obire" invece tirar le cuoia.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Nel riassunto che offre (in latino) sotto il titolo della lettera 27, Fracassetti scrive erroneamente "De obitu Pandulphi Malatestae et Iohannis Pepoli", ovvero "Della morte di Pandolfo e di Giovanni Pepoli". Quando traduce questa lettera 27 in italiano (vol. V, p. 310), Fracassetti si corregge.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Nel sommario infatti mette: "Della partenza di Pandolfo Malatesta, e della morte di Giovanni Pepoli". La traduzione di Fracassetti del passo latino che abbiamo riportato, è la seguente: "Tutto mi sarebbe andato a seconda, se non fossero venute a turbarmi una partenza e una morte...".&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Tutto risolto? No, perché il buon Fracassetti nell'edizione italiana (quinto ed ultimo volume) delle lettere petrarchesche, inserisce un indice in cui c'è ovviamente tutto su tutti, e di Pandolfo II (p. 521) si dà la notizia della morte contenuta appunto nella lettera 27 delle "Variae".&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Un altro errore malatestiano di Fracassetti riguarda la lettera 18 delle "Variae" che nel testo latino (III, 341) è detta indirizzata "Ad ignotos". L'errore è ripetuto in quello italiano (V, p. 263).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Edizioni più recenti invece riportano quella epistola (del 1364) con i nomi esatto dei destinatari, Pandolfo II e Galeotto detto Malatesta Ungaro perché nel 1347 nominato cavaliere dal re d'Ungheria. La lettera è importante perché esprime il cordoglio di Petrarca ai due fratelli per la scomparsa del loro padre, Malatesta Antico detto "Guastafamiglia". Essa è definita un grave danno anche per l'Italia. Di lui, aggiunge il poeta, resta il ricordo lieto di una vita gloriosa, e soprattutto più famosa di tutti gli altri contemporanei.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Il tono di affettuosa partecipazione al dolore di Pandolfo II per la morte del genitore, conferma che sia in Petrarca sia nel politico e condottiero non restano tracce di quei contrasti che oppongono il Malatesti ai Visconti e costringono il poeta a scrivere male parole contro l'amico in nome dei propri datori di lavoro, come si è visto in una pagina precedente.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Riposi in pace, Malatesta Antico, e la sua ombra ci perdoni se adesso parliamo della sua consorte che soltanto confuse cronache locali (detto fuori dai denti, il solito Clementini, come malignerebbe Carlo Tonini), identificano in Costanza Ondedei da Saludecio.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Fonti lontane da Rimini parlano invece di un'altra Costanza, della casa d'Este, figlia di Azzo VIII e della sua seconda moglie, Beatrice d'Anjou, figlia di Carlo II re di Sicilia.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;La prima moglie di Azzo VIII è stata Giovanna Orsini nata da Bertoldo conte di Romagna nel 1278, il cui padre è Gentile I Orsini fratello di Giovanni Gaetano divenuto papa Niccolò III. Bertoldo conte di Romagna ha un fratello, Orso Orsini che genera un altro Bertoldo (+1344) padre di quella Paola Orsini (+1371) che diventa moglie di Pandolfo II, madre di Malatesta dei Sonetti e nonna di Cleofe.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Le notizie delle nozze di questi signori medievali, non interessano quale motivo di pettegolezzo mondano o sessuale in stile dannunziano. Servono a delineare un contesto politico, in cui ogni matrimonio corrisponde a precisi disegni di strategia dinastica.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Clementini ha confuso le notizie sulle Costanze che appaiono in casa d'Este e in quella dei Malatesti.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Per non farla lunga, c'è la Costanza (I) che sposa l'Antico, e c'è la Costanza (II) che sposa in seconde nozze il figlio dell'Antico, Malatesta Ungaro, e che era nata da Obizzo III d'Este e dalla sua seconda moglie (1347) Filippa Ariosti. Per non restare nel vago, e quindi prevenire le altrui maldicenze, precisiamo: Obizzo III, signore di Modena e Ferrara, è figlio di Aldobrandino II fratello di Azzo VIII padre della Costanza (I) che sposa l'Antico.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Non dimentichiamoci di Filippa Ariosti: pare che le nozze della nobile bolognese con Obizzo III siano avvenute soltanto in "articulo mortis", dopo che aveva dato al proprio compagno undici o più figlioli lungo un ventennio.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Dalla sua famiglia, trapiantata da Bologna a Ferrara, germogliano "uomini illustri assai in diverse classi", come quel Ludovico Ariosto poeta, secondo quanto si legge nelle "Memorie per la storia di Ferrara" di A. Frizzi (1850, p. 313).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Una sorella di Pandolfo II, Maxia o Masia diventa moglie di Opicino Pepoli, figlio di Giacomo il quale era fratello di quel Giovanni che abbiamo incontrato nella lettera di Petrarca del 1367.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Giovanni e Giacomo dal 1347 al 1350 governano la città di Bologna, dopo la scomparsa del padre Taddeo. (Taddeo Pepoli è il primo signore di Bologna, nel 1337: "dottore in legge ed erede della grande fortuna immobiliare ereditata dal padre esercitando l'attività bancaria", proviene "da una famiglia borghese, che per generazioni aveva esercitato l'attività di beccaio passando poi a quella di notaio", G. Fasoli.)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Il 1350 è l'anno in cui papa Clemente VI nomina conte di Romagna un provenzale che ha sposato una sua parente, Astorgio di Durfort da Limonges.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Astorgio è considerato abile soltanto a ordire tradimenti, lasciar in pace i nemici e rivolgere le armi contro gli amici. Arresta Giovanni Pepoli quando si reca al suo campo per conferire con lui, la stessa sorte tocca a Giacomo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Per liberarli, Astorgio chiede un riscatto impossibile, 80 mila fiorini. Per averli, il 16 ottobre 1350 i Pepoli vendono Bologna all'arcivescovo Giovanni Visconti signore di Milano (per 250 mila fiorini). Astorgio si serve di quei soldi per calmare le proprie truppe che si erano ammutinate perché malpagate.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;La prima moglie di Obizzo III d'Este è Giacoma Pepoli (1317), sorella del Taddeo appena ricordato. Il loro padre si chiama Romeo Pepoli, ed è capo della cosiddetta protosignoria di Bologna.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Da Obizzo e Giacoma nasce Violante che nel 1345 sposa Malatesta Ungaro di cui è la prima moglie. La seconda (1362) è la Costanza (II) che era pure cognata del marito, essendo sorellastra di Violante d'Este.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Circa Romeo Pepoli, lo storico tedesco Heinrich Leo osserva che se con i concittadini si comporta come un "guelfo oltranzista", invece si presenta "spregiudicato in politica estera tanto da favorire il matrimonio della figlia Giacoma con Obizzo III d'Este".&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Queste nozze sono un evento con valore eminentemente politico sia per i Pepoli sia per gli Este. A Bologna già nel 1316 ci sono state acque agitate a danno dei guelfi, mentre si stava formando un nuovo partito ghibellino. Ne era diventato capo appunto Romeo Pepoli, in concomitanza con il matrimonio fra sua figlia Giacoma e Obizzo III, leggiamo ancora in Heinrich Leo. Il quale aggiunge: le nozze sembrano favorire soprattutto gli Este.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Essi nel 1317, disponendo di grandi risorse in denaro e forti di potenti alleanze, riescono a spingere una parte della borghesia ferrarese a rivoltarsi in loro favore contro la guarnigione francese, approfittando della momentanea partenza del governatore inviato in città da re Roberto di Napoli.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Dall'Ungaro e Violante nasce un'altra Costanza (III) che chiameremo "la peccatrice", in riferimento alla leggenda (fonte, il solito Clementini) che la vuole donna dalla "vita disonesta", e nel 1378 vittima di un delitto d'onore pensato in famiglia, mentre giaceva con un nobile tedesco.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Costanza "peccatrice" nel 1363 sposa Ugo, il fratellastro della propria madre Violante, essendo figlio naturale di Obizzo III (+1352) signore di Ferrara dal 1329 assieme ai fratelli Rinaldo (+1335) e Niccolò I (+1344).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;La memoria di Ugo è stata tramandata anche da Petrarca in una sua lettera al di lui fratello Nicola d'Este, dove ne parla dopo la scomparsa, avvenuta il 2 agosto 1370 (Sen., XIII, 1, 5.8.1370): «Ahi! che perdemmo, [...] un che m'era per dignità signore indulgentissimo, e per amore figliuolo obbediente, il quale non per mio merito alcuno, ma per sola nobiltà dell'animo suo aveva, siccome tu sai, cominciato non tanto ad amarmi quanto a venerarmi, per guisa che più della compiacenza era in me grande la meraviglia di un affetto e di una reverenza tanto sproporzionata alla diversità degli anni nostri e della nostra condizione».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Ferrara nel 1208 è il primo esempio di città libera in Italia, con l'elezione di Azzo VI detto Azzolino a suo signore perpetuo. Azzo ne era stato podestà (1196), ed aveva lottato a lungo (dal 1205) contro il ghibellino Salinguerra Torelli.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Ferrara nel 1309 è ritornata alla Chiesa che l'ha ceduta in vicariato a Roberto d'Angiò re di Napoli, figlio di Carlo II e quindi fratello di Beatrice, seconda moglie di Azzo VIII.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Gli Angioini in questi anni hanno una "presenza costantemente ambigua" nella nostra regione: al servizio della Curia, essi spesso lavorano contro i papi per sete di potere (A. Vasina). Gli Este nel 1327 sono nominati vicari imperiali di Ferrara, nel 1329 vicari apostolici. Nel 1331 essi sono infeudati dalla Chiesa. Bologna nel 1331, con il beneplacito del legato, passa in mano a Giovanni re di Boemia, padre di Carlo IV l'imperatore del tempo del nostro Pandolfo II Malatesti.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;© by Antonio Montanari&lt;/span&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 87px; height: 107px; font-family: verdana;" src="http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s320/malatesti_logo.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5502656258109883938" border="0" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-4577062640977696736?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/4577062640977696736/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=4577062640977696736' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/4577062640977696736'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/4577062640977696736'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2010/08/il-caso-di-pandolfo-ii-malatesti-e.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s72-c/malatesti_logo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-7885691587926469364</id><published>2010-08-07T06:09:00.001-07:00</published><updated>2010-08-09T02:25:01.351-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s1600/malatesti_logo.jpg"&gt;&lt;img style="float: left; margin: 0pt 10px 10px 0pt; cursor: pointer; width: 87px; height: 107px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s320/malatesti_logo.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5502656258109883938" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Alle origini dei Malatesti.&lt;br /&gt;Il primo Malatesta detto "il Tedesco", la sua storia raccontata in antichi volumi&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La malattia della lettura  ha aspetti molto positivi. Tra cui quello di divertirci con gli incontri  casuali che si fanno nelle pagine dei libri. Ne racconto uno soltanto  per introdurre il nostro tema. Nel febbraio 2010 è uscito un volume  intitolato "Prima lezione di metodo storico", a cura di Sergio Luzzatto  che insegna Storia moderna all'Università di Torino. La sua premessa  termina dichiarando lo scopo dell'opera: fare una visita guidata  all'officina della buona storiografia per combattere l'inquinamento  ambientale &lt;b&gt;"prodotto dagli storici finti, dagli storici servili, dagli storici irresponsabili"&lt;/b&gt;.  Le tre categorie potrebbero servire per schedare molti degli autori che  hanno parlato del nostro argomento, l'origine di casa Malatesti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;Lasciamo  fuori da ogni classificazione uno studioso inglese, John Larner  (1930-2008), autore di una storia delle Signorie di Romagna (1965)  riproposta due anni fa da un editore cesenate. Egli scrive che "ogni  tentativo di tracciare la discendenza delle famiglie signorili dai  periodi precedenti l'undicesimo secolo, o dalle località fuor di  Romagna, è costretto a perdersi in una ricerca senza frutto". Accanto a  lui va posto un altro autore, Leardo Mascanzoni (associato di Storia  medievale a Bologna), che mostra il pollice verso nei confronti di tali  tentativi, definendo "falso" il problema delle origini dei Malatesti  (2003).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;b&gt;Tanto di cappello&lt;/b&gt; ai pareri illustri di Lor  Signori. Girando tra le pagine di qualche volume antico o moderno, ci  permettiamo di proseguire, incuranti del fatto di poter essere multati  dalle severe guardie dei sentieri storici. Partiamo da un libro un po'  vecchiotto per ricordare che in passato la ricerca delle origini  malatestiane, tanto deprecata oggi, ha avuto i suoi sostenitori  appassionati senza alcuno scopo di vantaggio personale. Di cui  potrebbero essere accusati invece gli antichi intellettuali di corte.  Dunque, nel 1574 appare a Venezia la prima parte (15 libri) della storia  del Regno d'Italia composta dal modenese Carlo Sigonio, vissuto fra il  1520 circa ed il 1584. La seconda parte con i restanti 5 libri esce a  Francoforte nel 1591. Nel 1613 l'opera completa è pubblicata ad Hanovia  oggi Hanau, nel land dell'Assia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;Nel libro VII leggiamo che  nell'aprile 997 a Ravenna l'imperatore Ottone III (980-1002) nomina dei  marchesi, ed onora con la concessione di alcuni feudi in Romagna, un tal  Malatesta che taluni definiscono "il Tedesco" ("Germanum nonnulli  fuisse perhibent"). Da costui "nobilis Malatestarum familia in hunc  usque diem est in ea provincia propagata". La raffinatezza linguistica  di Sigonio ci obbliga a segnalare che egli scrive "Malamtestam quendam  [...] feudis aliquot in Romaniola honestavit". Nell'accusativo doppio di  quel nome ("Malamtestam" e non semplicemente "Malatestam"), c'è traccia  di un aspetto fondamentale: si tratta di un vocabolo composto.  Aggiungiamo che la frase "nobilis Malatestarum familia" va tradotta: la  nobile famiglia dei Malatesti (e non dei Malatesta), come già si sapeva  una volta sin dalla scuola media.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;b&gt;Per restare nei tempi passati&lt;/b&gt;,  ricordiamoci del settecentesco concittadino Francesco Gaetano  Battaglini, uno studioso dal palato fino, che nelle sue "Memorie  istoriche di Rimino" (Bologna 1789, p. 164, ed. an. Rimini 1976) cita  Sigonio senza alcuna contestazione. Ma non tralasciamo fonti nostre  contemporanee. Francesco Vitali, uno specialista in Storia europea,  osserva sul web che "l'agire politico di Ottone III istituisce una  chiara dipendenza della penisola dalle risoluzioni imperiali". John  Larner cita come origine dei Malatesti un fratello dell'imperatore  Enrico III (1017-1056), dopo aver sostenuto che il feudalesimo in  Romagna nasce al tempo degli Ottoni nel decimo secolo. Con Ottone III  siamo proprio tra la fine del decimo e l'inizio dell'undicesimo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;Dunque,  per tornare a Sigonio, chi può essere mai il Malatesta Tedesco?  Ricominciamo da capo. L'arrivo dei Malatesti in Romagna è collocato al  1002, quando Ottone III nomina un suo vicario per Rimini, identificato  in un figlio della di lui sorella Matilde di Sassonia, moglie di Ezzo  conte palatino di Lorena. Matilde, essendo nata attorno al 980 (da  Ottone II e Anna Theophania di Bisanzio), però non poteva aver generato  un erede che nel 1002 fosse già in età da ricevere quella carica. Ezzo  di Lorena (detto anche Erenfrido) ha un fratello, Ezzelino (+1033), che è  padre di Enrico I (+1060) detto "der unsinnige", ovvero "senza testa".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;b&gt;Il vicario nominato da Ottone III&lt;/b&gt;  potrebbe quindi essere Ezzelino, e la dinastia dei Malatesti essere  così chiamata dal soprannome affibbiato ad Enrico I. Muratori osserva  che spesso i soprannomi "tuttoché fossero imposti più per vituperio che  per onore, tuttavia passarono di poi in cognomi di famiglia" (cfr.  "Annali", III, Milano 1838, p. 21). Come scrive Gaetano Moroni nel  "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica" (LVII, Venezia 1852,  voce "Rimini", pp. 264-265), nella storia di Fano composta da Pier Maria  Amiani (1751) "si dice che nel 969 i Malatesti possedettero alcune  terre in Fano [...]. Il Sigonio narra, che Ottone III dopo il 983 o più  tardi, venuto in Italia e fermatosi in Ravenna, concedé in feudo alcune  terre di Romagna a Malatesta suo gentiluomo che aveva condotto di  Germania, e dal quale uscirono i Malatesti di Rimini, di Fano e di altre  città".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;Le fonti di Amiani sono Raffaele Maffei detto il Volterrano  (1451-1522) e Marcantonio Coccio detto Sabellico (1436-1506) che fu  allievo di Giovanni Antonio Pandoni detto Porcelio o Porcellio (ca.  1405-1485). Pandoni visse presso la corte riminese dei Malatesti,  componendo i ben noti versi elegiaci in onore di Isotta ("De amore Jovis  in Isottam"). Ma, come osserva in una lettera indirizzata da Roma il 20  novembre 1801 ad Alessandro Da Morrona (1741-1821) che la pubblica  nella sua "Pisa illustrata nelle arti del disegno", II (Pisa 1812), il  riminese Angelo Battaglini (fratello di Francesco Gaetano ed autore  della "Corte Letteraria di Sigismondo Pandolfo Malatesta Signor di  Rimino"), Pandoni fu "più storico che vate pregiato" (dal web).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;b&gt;Il giudizio di Angelo Battaglini&lt;/b&gt;  può suggerire di ritenere valido quanto sostenuto da Sabellico, il  quale fu autore di 63 volumi di storia universale. A Sabellico e Maffei  non credette invece Francesco Sansovino (1521-1586) che nel libro "Della  origine e de' fatti delle famiglie illustri d'Italia" (1582), fa  nascere la dinastia dei Malatesti "in Roma" (cc. 221-222). La pista  lasciataci da Sansovino, pur partendo da Roma, rimanda però alla  Germania: "... si può credere [...] che ne tempi di Othone Terzo"  nascesse la famiglia dei Malatesti, "e che poi sopita dall'anno 900 fino  al 1248, risorgesse di nuovo nel predetto millesimo". La notizia della  famiglia "sopita" è smentita da documenti prodotti da altri autori.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;Della  stranezza di questo lungo silenzio è consapevole lo stesso Sansovino:  "Tuttavia parrebbe gran cosa che dal 900 fino al 1248 essendo stato  Malatesta arricchito da Othone di Castella, di giurisditioni, e di altri  titoli di grandezza, si fosse per lo spatio di 348 anni del tutto  estinta ogni memoria fino all'anno 1248 e tanto più che Arimino era  camera di Imperio, e fu posseduta da gli Imperatori". ("Camera di  Imperio" significa città fedele all'impero.) Giuseppe Betussi  (1515-1575) scrive nel 1547 dei Malatesti, chiamandoli "antichissimi  signori di Arimino, il cui principio e la cui grandezza incomincia ai  tempi di Ottone III". Il testo è nella "Addizione al libro delle donne  illustri di Boccaccio" (Venezia 1545-1547), al cap. 46 dedicato a  "Ginevra Malatesta". Questa può essere la fonte di Sigonio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;b&gt;Ai nostri giorni si continua&lt;/b&gt;  a definire frutto di "semplici fantasie" la questione delle origini  germaniche dei Malatesti, ma poi si sostiene che ciò non compromette  l'attendibilità di un documento del 1186 che riguarda appunto un  Malatesta Tedesco. Quest'ultimo personaggio rimanda proprio all'omonimo  Germanus che due secoli avanti (997) da Ottone III ricevette  un'investitura, come abbiamo letto in Sigonio. L'aspetto più  interessante di tutto questo discorso, è che alla sua base stanno due  secoli di differenza, contratti in una breve parentesi come se fossero  soltanto due decenni.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;La stessa cosa succede al ricordato Betussi che  identifica il Malatesta amico di Ottone III nel Malatesta che fu padre  del Mastino e visse però due secoli dopo Ottone III. Betussi aggiunge  che Malatesta "con l'amicizia, e autorità" di Ottone III, "dal quale  ottenne più luoghi, diventò gran Signore". Consola il fatto che, se  tutto cambia nel mondo, certi abbagli sopravvivono a garantire la  continuità nelle storie umane, anche in quelle scritte, sempre miste di  certezze e bugie. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;Scusate la brutale sincerità da lettore che non ha  colpa delle cose che trova nei libri. A chi sostiene che non esistono  notizie sulle origini della famiglia Malatesti, si possono contrapporre  ventitrè documenti di cui diciotto inediti che saranno resi noti  prossimamente. Essi raccontano un preciso itinerario tra Romagna, Marche  e Toscana.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;Questo testo sviluppa il contenuto della nota 166 del saggio &lt;b&gt;«Esilio di fiorentini in Romagna nell'età di Dante»&lt;/b&gt;, pubblicato in «Quaderni dell’Accademia Fanestre», 8/2009, pp. 83-134.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;Il saggio è scaricabile &lt;a href="http://digilander.libero.it/antoniomontanari/ilrimino.2010/esilio.rimino.doc"&gt;gratuitamente da questo link&lt;/a&gt;, e oppure dal &lt;a href="http://www.scribd.com/doc/29695171/Esilio-di-fiorentini-in-Romagna"&gt;link&lt;/a&gt; del &lt;a href="http://www.scribd.com/antonio_montanari"&gt;sito Antonio Montanari Scribd.&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-7885691587926469364?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/7885691587926469364/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=7885691587926469364' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/7885691587926469364'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/7885691587926469364'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2010/08/alle-origini-dei-malatesti.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/TF1ctmG4RiI/AAAAAAAAAGw/tlyzK_jLjOc/s72-c/malatesti_logo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-8057126259890285564</id><published>2009-12-14T09:37:00.001-08:00</published><updated>2009-12-14T09:38:13.309-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(0, 0, 153);font-size:180%;" &gt;Sotto il vestito, le storie&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="color: rgb(153, 0, 0);"&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:12pt;"  &gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un saggio di Anna Falcioni: il lusso di un principe umanista per l'immagine politica, ed i fermenti di ribellione nel popolo&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:12pt;"  &gt;&lt;br /&gt;E sotto il vestito, ci sono le storie della società. Dovunque e sempre. Anna Falcioni (docente di Storia medievale ad Urbino), lo spiega con attenta cura parlando della moda di corte al tempo di Pandolfo III Malatesti (1370-1427), signore di Fano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da una parte il principe considera «necessario offrire ai sudditi lo spettacolo sontuoso della sua auctoritas». Dall'altra, ci sono «fermenti di ribellione e tumultuose correnti di mobilità sociale» che si contrappongono all'ideale politico «di una società ordinata ed organizzata gerarchicamente».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dunque, l'abito fa il principe. Gli inventari che si possono leggere tra le antiche carte malatestiane, non sono aridi elenchi (non diciamolo mai, anche per non essere giustamente scomunicati da Umberto Eco), ma tracce che compongono alla fine un preciso ritratto di quella società: con artisti di pregio che lavorano per il signore, e con suoi investimenti cospicui per costruirsi un'immagine politica con cui competere con gli altri principi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non sempre i bilanci permettevano grosse spese. Ed allora si andava a prestito, come nel 1427, quando Pandolfo si rivolge a Venezia. Ed anche questi soldi hanno il loro odore politico. Pandolfo passa dai Visconti alla Serenissima: in cambio di buone «condotte», ovvero ingaggi militari, utili per coprire «le spese del dispendioso mecenatismo» malatestiano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le 80 pagine di Anna Falcioni («Il costume e la moda nella corte di Pandolfo III Malatesti», Fano 2009) sono ricchissime di notizie che non riguardano soltanto abiti o gioielli, ma pure società e cultura di un'epoca che fa da ponte alla civiltà moderna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le spese maggiori («pare») riguardano cavalli e libri preziosi con annesso materiale scrittorio. Un'immagine ripropone un antico codice, il Sant'Agostino del «De Civitate Dei» conservato in Gambalunga a Rimini, ma eseguito a Pesaro tra 1417 e 1420 da Donnino di Borgo San Donnino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Archivio.&lt;br /&gt;Su Pandolfo III e la cultura si può leggere &lt;a href="http://blog.riviera.rimini.it/antonio_montanari/2009/04/tra-rimini-e-manchester-nicol%C3%B2-di-lira-12701349.html" target="_blank"&gt;questo post&lt;/a&gt; "Tra Rimini e Manchester: Nicolò di Lira (1270-1349)".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 153);"&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:10pt;"  &gt;[14.12.2009, anno IV, post n. 353 (1073), © by &lt;a href="http://amontanari.idoo.com/indice.html"&gt;Antonio Montanari&lt;/a&gt; 2009. &lt;a href="http://www.webalice.it/antoniomontanari1/mail.scrivimi.html"&gt;Mail&lt;/a&gt;.]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://antoniomontanarinozzoli.blog.lastampa.it/antoniomontanari/"&gt;Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://antoniomontanarinozzoli.blog.lastampa.it/antoniomontanari/"&gt;© RIPRODUZIONE RISERVATA&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-8057126259890285564?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/8057126259890285564/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=8057126259890285564' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/8057126259890285564'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/8057126259890285564'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2009/12/sotto-il-vestito-le-storie-un-saggio-di.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-2915091199534491480</id><published>2009-11-30T08:47:00.002-08:00</published><updated>2009-11-30T08:48:31.258-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Giacomo Malatesti&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:12pt;"  &gt;&lt;br /&gt;Nonno ucciso all'assedio di Pavia, 1528. Fratello decapitato a Roma come brigante, 1587. Altro fratello fatto trucidare da Cosimo de' Medici presso Famagosta, 1564. Gli aveva sedotto una figlia già promessa in sposa al duca di Ferrara e poi avvelenata dal padre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lui, Giacomo Malatesti vendica questo fratello, e poco dopo si sposa lietamente, 1565. E' nato a Firenze nel 1530. Diventa marchese di Roncofreddo e conte di Montiano, terre di Romagna. Fa il soldato di ventura come tanti altri "signorotti" locali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha ragione &lt;strong&gt;Anna Falcioni&lt;/strong&gt; (che ha curato anche questo XXI volume della storia delle signorie malatestiane, per Bruno Ghigi Editore in Rimini): la partita politica si gioca ad alti livelli "e la piccola nobiltà si presta soprattutto come forza mercenaria [...] ma è completamente tagliata fuori dalle decisioni che contano".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella presentazione di Anna Falcioni, rileggo con piacere le parole (1961) di &lt;strong&gt;Romolo Comandini&lt;/strong&gt; che definisce Giacomo Malatesti "rappresentante tipico della Controriforma che familiarizza con gli esponenti più in vista di quella singolare epoca", con "l'amore della fama, anzi della gloria che si può conseguire con la nobiltà delle opere".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comandini è stato uno studioso che  (in tempi non sospetti, direbbe un  commentatore politico), ha aperto nuove piste sulla storia locale, facendone non un mondo lontano dagli avvenimenti nazionali, ma anzi rivelandone agganci e collegamenti, con una sagacia critica che è sottolineata ancor oggi. Come dimostra la citazione da parte di Anna Falcioni.&lt;br /&gt;E ciò conforta la memoria di chi come il sottoscritto fu in anni lontanissimi suo allievo di Scuola media, ricavandone un'impronta fondamentale nella propria esperienza umana e di studio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Giorgio Bolognesi&lt;/strong&gt; racconta tra le altre cose, nell'ampia sezione sulla vita politica e militare del Nostro, anche la partecipazione di Giacomo alla crociata contro i Turchi, e la sua prigionia a Costantinopoli (1571): nudo, con i ceppi ai piedi, incatenato ad altri compagni di sventura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A &lt;strong&gt;Paola Errani&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;Claudio Riva&lt;/strong&gt; si deve la narrazione di una vicenda locale, la Compagnia delle Sacre Stimmate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Gian Paolo Giuseppe Scharf&lt;/strong&gt; esamina infine l'epistolario di Giacomo con i duchi di Urbino, concludendo che i legami con i potenti servivano al Malatesti "anche a sistemare la propria famiglia all'interno della nobiltà".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalle lettere, conclude Scharf, si ricava come ormai l'ideale rinascimentale del gentiluomo fosse slegato dall'ambiente di corte.&lt;br /&gt;A testimonianza di una crisi politica generale che ben si rispecchia nell'esperienza di Giacomo Malatesti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:12pt;"  &gt;&lt;strong&gt;Anna Falcioni&lt;/strong&gt;, oltre ad aver curato tutti i volumi della storia delle signorie malatestiane, ha redatto anche le seguenti voci per il "Dizionario Biografico degli Italiani" (ed. Treccani, Roma 2007):&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:10pt;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Malatesta (de Malatestis) della Penna, pp. 66-68.&lt;br /&gt;Malatesta da Verucchio, pp. 68-71.&lt;br /&gt;Malatesta Paolo, pp. 101-103.&lt;br /&gt;Malatesta Giovanni, pp. 53-56.&lt;br /&gt;Malatesta Malatestino, pp. 71-74.&lt;br /&gt;Malatesta Pandolfo I, pp. 84-87.&lt;br /&gt;Malatesta Ferrantino, pp. 34-37.&lt;br /&gt;Malatesta Antico detto Guastafamiglia, pp. 74-77.&lt;br /&gt;Malatesta Leale, pp. 63-64.&lt;br /&gt;Malatesta Galeotto, pp. 40-44.&lt;br /&gt;Malatesta Ungaro, pp. 44-47.&lt;br /&gt;Malatesta Pandolfo II, pp. 87-90.&lt;br /&gt;Malatesta dei Sonetti, pp. 77-81.&lt;br /&gt;Malatesta Galeazzo, pp. 37-40.&lt;br /&gt;Malatesta Pandolfo, pp. 95-97.&lt;br /&gt;Malatesta Carlo di Rimini, pp. 17-21.&lt;br /&gt;Malatesta Carlo di Pesaro, pp. 21-23.&lt;br /&gt;Malatesta Pandolfo III, pp. 90-95.&lt;br /&gt;Malatesta Galeotto Belfiore, pp. 47-49.&lt;br /&gt;Malatesta Galeotto Roberto, pp. 49-51.&lt;br /&gt;Malatesta Sigismondo Pandolfo, pp. 107-114.&lt;br /&gt;Malatesta Roberto, pp. 103-107.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:10pt;"  &gt;Malatesta Pandolfo IV, pp. 97-101.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:10pt;"  &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 102);"&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:10pt;"  &gt;&lt;a href="http://blog.riviera.rimini.it/antonio_montanari/rimini-storia-storie_indice.html" target="_blank"&gt;&lt;span style="background-color: rgb(255, 255, 64);font-size:16px;" &gt;ALL'INDICE delle pagine storiche presenti su "RIMINI SI RACCONTA"&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-2915091199534491480?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/2915091199534491480/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=2915091199534491480' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/2915091199534491480'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/2915091199534491480'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2009/11/giacomo-malatesti.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-2173080670072194528</id><published>2009-07-25T02:34:00.001-07:00</published><updated>2009-07-25T02:34:31.141-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:18;"&gt;Alle 22.45 del 25 luglio 1943 l'Eiar trasmette la notizia della caduta di Mussolini. Il duce è stato arrestato alle 17 all'uscita da un breve colloquio con Vittorio Emanuele III a Villa Savoia sulla via Salaria. Fatto salire dai regi carabinieri a bordo di un'ambulanza, è trasferito a Ponza, poi tradotto alla Maddalena ed a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Quel pomeriggio tra i soldati ignari trasportati all'improvviso dalla Cecchignola a presidiare l'immenso parco di Villa Savoia, c'era il romagnolo Gino Pilandri. La mattina dopo, ha ricordato Pilandri a Bruno Ghigi, il re «piccolo, traballante, sorretto da due ufficiali perché non scivolasse nell'erba», andò a distribuire tavolette di cioccolata ai militari rimasti in servizio per tutta la notte.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:18;"&gt;Il 25 luglio '43 segna un cambiamento radicale nella storia italiana. Partiamo da questa data per ricostruire le vicende dei «giorni dell'ira», i terribili dodici mesi che vanno dal settembre '43 al settembre '44, vissuti a Rimini ed a San Marino. 26 luglio '43: «Molta gente che non aveva sentito la radio o letto i giornali, era uscita di casa ignara di quanto accaduto, portando come al solito il distintivo del fascio all'occhiello della giacca». [V. Reffi] Comincia la caccia alle ex camicie nere. Mentre percorre via Garibaldi viene picchiato a sangue con uno zoccolo in testa da cinque persone Giuffrida Platania, un «acceso fascista» che «non sapeva darsi pace», ben noto in città.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:18;"&gt;La stessa mattina alcuni sammarinesi s'incontrano a Rimini nello studio del dentista dottor Alvaro Casali, allo scopo di organizzare una manifestazione per indurre il governo di San Marino alle dimissioni. Tra 27 e 28 luglio sono arrestati alcuni esponenti del fascismo riminese: Giuffrida Platania, Perindo Buratti, Eugenio Lazzarotto, Giuseppe Betti e Valerio Lancia (che era stato anche il federale della città). Li libereranno i tedeschi il 13 settembre. Racconterà Buratti: «Il 27 o 28 luglio del '43 andai a Roma. Mi accompagnai col capitano dei carabinieri Bracco che da Rimini era stato trasferito a Roma... Quando, dopo una decina di giorni, tornai, il mio amico e fascista Motta, commissario di PS mandò un agente a casa mia -abitavo in piazza Malatesta- a vedere se c'ero. E poiché c'ero mi mandò a dire che andassi da lui. Non temessi: era un amico e un fascista. E mi mise in galera. Per protezione, mi disse». &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:18;"&gt;Qualche altro personaggio in vista cerca raccomandazioni per il futuro, presso gli antifascisti. È il caso dell'avv. Salvatore Corrias, dell'Istituto di Cultura fascista, che va a trovare il socialista Mario Macina, padre di quell'Ennio picchiato quattro anni prima dal pugile Benito Totti per aver denigrato il passo romano con movenze frivole. Corrias è il primo a fare discorsi antifascisti in piazza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[Questa pagina appartiene al volume di Antonio Montanari, "I giorni dell'ira, Settembre 1943-settembre 1944 a Rimini e a San&lt;br /&gt;Marino", che si può leggere integralmente o scaricare da &lt;a href="http://www.scribd.com/doc/17673151/Giorni-dellira-194344-a-Rimini-e-San-Marino"&gt;questo link&lt;/a&gt;.]&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;a title="View Giorni dell'ira, 1943-44 a Rimini e San Marino on Scribd" href="http://www.scribd.com/doc/17673151/Giorni-dellira-194344-a-Rimini-e-San-Marino" style="margin: 12px auto 6px; font-family: Helvetica,Arial,Sans-serif; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 14px; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; display: block; text-decoration: underline;"&gt;Giorni dell'ira, 1943-44 a Rimini e San Marino&lt;/a&gt; &lt;object codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=9,0,0,0" id="doc_681796595705140" name="doc_681796595705140" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" align="middle" height="500" width="100%"&gt;  &lt;param name="movie" value="http://d.scribd.com/ScribdViewer.swf?document_id=17673151&amp;amp;access_key=key-13mk5bmyz8g5ros1hzk4&amp;amp;page=1&amp;amp;version=1&amp;amp;viewMode="&gt;   &lt;param name="quality" value="high"&gt;   &lt;param name="play" value="true"&gt;  &lt;param name="loop" value="true"&gt;   &lt;param name="scale" value="showall"&gt;  &lt;param name="wmode" value="opaque"&gt;   &lt;param name="devicefont" value="false"&gt;  &lt;param name="bgcolor" value="#ffffff"&gt;   &lt;param name="menu" value="true"&gt;  &lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;   &lt;param name="allowScriptAccess" value="always"&gt;   &lt;param name="salign" value=""&gt;        &lt;embed src="http://d.scribd.com/ScribdViewer.swf?document_id=17673151&amp;amp;access_key=key-13mk5bmyz8g5ros1hzk4&amp;amp;page=1&amp;amp;version=1&amp;amp;viewMode=" quality="high" pluginspage="http://www.macromedia.com/go/getflashplayer" play="true" loop="true" scale="showall" wmode="opaque" devicefont="false" bgcolor="#ffffff" name="doc_681796595705140_object" menu="true" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" salign="" type="application/x-shockwave-flash" align="middle" height="500" width="100%"&gt;&lt;/embed&gt; &lt;/object&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-2173080670072194528?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/2173080670072194528/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=2173080670072194528' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/2173080670072194528'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/2173080670072194528'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2009/07/alle-22.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-5877032423202929283</id><published>2009-07-10T10:02:00.000-07:00</published><updated>2009-07-10T10:03:12.045-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a title="View Dante esule in Romagna on Scribd" href="http://www.scribd.com/doc/17259542/Dante-esule-in-Romagna" style="margin: 12px auto 6px; font-family: Helvetica,Arial,Sans-serif; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 14px; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; display: block; text-decoration: underline;"&gt;Dante esule in Romagna&lt;/a&gt; &lt;object codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=9,0,0,0" id="doc_135138234835761" name="doc_135138234835761" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" align="middle" height="500" width="100%"&gt;  &lt;param name="movie" value="http://d.scribd.com/ScribdViewer.swf?document_id=17259542&amp;amp;access_key=key-16xshvd9vmz0a64arg61&amp;amp;page=1&amp;amp;version=1&amp;amp;viewMode="&gt;   &lt;param name="quality" value="high"&gt;   &lt;param name="play" value="true"&gt;  &lt;param name="loop" value="true"&gt;   &lt;param name="scale" value="showall"&gt;  &lt;param name="wmode" value="opaque"&gt;   &lt;param name="devicefont" value="false"&gt;  &lt;param name="bgcolor" value="#ffffff"&gt;   &lt;param name="menu" value="true"&gt;  &lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;   &lt;param name="allowScriptAccess" value="always"&gt;   &lt;param name="salign" value=""&gt;        &lt;embed src="http://d.scribd.com/ScribdViewer.swf?document_id=17259542&amp;amp;access_key=key-16xshvd9vmz0a64arg61&amp;amp;page=1&amp;amp;version=1&amp;amp;viewMode=" quality="high" pluginspage="http://www.macromedia.com/go/getflashplayer" play="true" loop="true" scale="showall" wmode="opaque" devicefont="false" bgcolor="#ffffff" name="doc_135138234835761_object" menu="true" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" salign="" type="application/x-shockwave-flash" align="middle" height="500" width="100%"&gt;&lt;/embed&gt; &lt;/object&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-5877032423202929283?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/5877032423202929283/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=5877032423202929283' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/5877032423202929283'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/5877032423202929283'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2009/07/dante-esule-in-romagna.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-6072976716608319478</id><published>2009-05-13T07:15:00.000-07:00</published><updated>2009-05-13T07:17:40.411-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia di rimini'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='francesca da rimini'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='futurismo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='luigi pasquini'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='antonio castronuovo'/><title type='text'></title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;a href="http://blog.riviera.rimini.it/.a/6a00d8345251c169e20115708102ab970b-pi" style="float: left;"&gt;&lt;img alt="1233860007538_05" class="at-xid-6a00d8345251c169e20115708102ab970b" src="http://blog.riviera.rimini.it/.a/6a00d8345251c169e20115708102ab970b-120wi" style="margin: 0px 5px 5px 0px;" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;span style="font-size:17;"&gt;Antonio Castronuovo è una firma conosciuta. Scrittore e direttore della rivista di cultura romagnola «la Piê», come studioso de futurismo nella nostra regione ha appena pubblicato «&lt;strong&gt;Avanguardia balneare: figure e vicende del futurismo a Rimini&lt;/strong&gt;» (Editrice La Mandragora, euro 15).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ un testo che interessa per vari motivi che ben emergono dalle parole del suo autore.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:17;"&gt;Una prima curiosità nasce proprio dal titolo: perché chiama «balneare» il futurismo riminese? &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:17;"&gt;«Più che di futurismo in senso stretto, si può parlare per Rimini di ardori e pungoli d’avanguardia, che essendo inoltre concentrati nei periodi estivi mi hanno suggerito il titolo del volumetto. In ogni caso, se anche non ci fu una vera stagione futurista riminese, il fenomeno attraversò la città dal 1909 agli anni Venti, e assunse l’aspetto di una sorta di calda euforia, più spensierata e goliardica che seriamente futurista. In ogni caso questa euforia s’instradò lungo un tragitto di modernità culturale e, per quanto marginalmente, contribuì allo svecchiamento della cultura locale, favorì il processo di abbattimento degli ultimi languori romantici. È la ragione per cui ho ritenuto che il fenomeno andasse pubblicizzato e storicizzato».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:17;"&gt;Non pochi furono i personaggi che concorsero all’avventura, e non pochi gli strumenti giornalistici che ne furono coinvolti…&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:17;"&gt;«Tra le figure che appaiono in questa storia sta in primo luogo Addo Cupi, la vera levatrice del futurismo riminese. Poi Benso Becca, Giacomo Donati e altri. Anche Luigi Pasquini ebbe inclinazioni futuriste e qualcosa fece per il movimento, come oggi testimoniano alcuni documenti del suo bel fondo archivistico presso a Biblioteca Gambalunga. Il futurismo riminese è fondamentalmente un’avanguardia di carta, fatta di articoli e libelli. Le riviste che si fecero portatrici dei messaggi di avanguardia furono perlopiù gazzette balneari, come “Il Gazzettino Azzurro” e “Il Pesceragno”, ma ci furono anche strumenti pubblicistici speciali, come “Ohè..Hop!” e “L’Arco”, entrambi pezzi molto rari... Non mancò nel futurismo riminese un momento, per così dire, di “alta filosofia”, vale a dire il movimento del “dinamismo” ideato da Donati, che produsse anche un manifesto, forma espressiva amata dai futuristi. Ma tutto si spense lasciando ben poca brace».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:17;"&gt;Il futurismo riminese è ben documentato? Con quali materiali si è confrontato?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:17;"&gt;«Ho voluto scrivere il libro perché quest’anno, come è a tutti noto, è il centenario del futurismo, un centenario già gravato da polemiche, scatenate dall’incapacità del Comitato scientifico nazionale di organizzare un evento unitario, che desse un’idea complessiva di questa grande avanguardia tutta italiana. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:17;"&gt;Eppure io credo che non fosse possibile dare tale idea unitaria: il futurismo assume sapore a contatto con le periferie, ed è dunque logico e corretto far emergere le cose che sono state fatte, appunto, nelle tante città italiane toccate dal movimento. Ecco perché, dopo aver prodotto negli anni scorsi studi sui futurismi di varie città romagnole, ho voluto ora concentrarmi su Rimini e Ravenna (città in cui sto organizzando una mostra e un catalogo).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:17;"&gt;Ciò premesso, il futurismo riminese era già stato ampiamente studiato, da Ennio Grassi soprattutto, con saggi e libri dei quali sono ampiamente debitore. Diciamo che ho semplicemente confrontato gli studi già esistenti con i documenti originali, andandoli a guardare, leggere e copiare soprattutto alla Gambalunga (“L’arco” invece l’ho trovato solo alla Saffi di Forlì).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:17;"&gt;Ne è venuto fuori un libretto agile, che ho voluto stampare a tiratura limitata e con una copertina un po’ “gridata” – come futurismo comanda – ma senza rinunciare alla scientificità della struttura, con tanto di bibliografia ragionata e una appendice che riproduce un lungo articolo di Giacomo Donati, “L’iconoclastia nuova”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:17;"&gt;Spero che questo lavoro, certamente non molto importante, possa se non altro servire ad attrarre un po’ di interesse dei riminesi verso un pezzetto del loro passato. In fondo, tutte le cose narrate nel libro, sono state combinate da loro!...».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;span style="font-size:17;"&gt;Una annotazione sull’immagine. Il primo manifesto futurista appare nella Gazzetta dell'Emilia il 5 febbraio 1909, poi uscì il 20 dello stesso mese su “Le Figaro” a &lt;a href="http://www.iicparigi.esteri.it/IIC_Parigi/webform/SchedaEvento.aspx?id=187" target="_blank"&gt;Parigi&lt;/a&gt;. Fonte immagine, “&lt;a href="http://bologna.repubblica.it/multimedia/home/4669395/3/5" target="_blank"&gt;Repubblica di Bologna&lt;/a&gt;”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 191);font-family:Trebuchet MS;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-6072976716608319478?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/6072976716608319478/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=6072976716608319478' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/6072976716608319478'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/6072976716608319478'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2009/05/antonio-castronuovo-e-una-firma.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-1084481951793368447</id><published>2009-05-02T07:49:00.000-07:00</published><updated>2009-05-02T07:52:19.197-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:100%;color:#000080;"&gt;&lt;p align="justify"&gt;Tra Rimini e Manchester:&lt;BR&gt;Nicol&amp;ograve; di Lira (1270-1349)&lt;br&gt;&lt;br&gt;Alla John Rylands Library di &lt;b&gt;Manchester&lt;/b&gt; si trovano i tre volumi manoscritti delle «Postillae» alla Bibbia di &lt;b&gt;Nicolò di Lira&lt;/b&gt; (1270-1349), completati nell'aprile 1402 dal francescano Ugolino di Marino Gibertuzzi da Sarnano, nel convento dei frati minori di &lt;b&gt;Pesaro&lt;/b&gt;, per ordine non di &lt;b&gt;Pandolfo III Malatesti&lt;/b&gt; di Rimini, (come è stato scritto anche di recente, 1988), ma di &lt;b&gt;Malatesta “dei Sonetti”&lt;/b&gt; (1366c-1429) del fu Pandolfo II di Pesaro (1325-1373). Lo si ricava dal catalogo (1921) dei manoscritti latini della stessa John Rylands Library. Dove è riportato il testo latino di Gibertuzzi, posto alla fine del terzo volume dell'opera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pandolfo III Malatesti (1370-1427) nel 1386 ha sposato Paola Bianca Malatesti di &lt;b&gt;Pesaro&lt;/b&gt;, sorella di Malatesta “dei Sonetti”, morta nel 1398 a trentadue anni.&lt;br /&gt;Una figlia di Malatesta “dei Sonetti”, Paola Malatesti, nel 1410 sposa Gianfrancesco Gonzaga (1395-1444) di &lt;b&gt;Mantova&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gianfrancesco è figlio di Francesco I (1366-1407) e Margherita Malatesti (+1399) di Rimini, sorella di Pandolfo III e di Carlo Malatesti (1368-1429).&lt;br /&gt;Carlo Malatesti a sua volta sposa (1386) Isabetta Gonzaga sorella di Francesco I.&lt;br /&gt;Da Gianfrancesco Gonzaga e Paola Malatesti nasce Lodovico (1412-1478) che nel 1437 sposa Barbara di Hohenzollern, nipote dell'imperatore Sigismondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nome di Lodovico Gonzaga è legato ai tre volumi manoscritti delle «Postillae» di Nicolò di Lira presenti a Manchester. Egli infatti il 23 marzo 1469 li dona alla biblioteca conventuale di San Francesco di Mantova.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ai Gonzaga si dicono appartenuti anche i «Libelli antigiudaici» («Tractatus adversus Iudeos») di Nicolò di Lira e Girolamo Ispano (SC-MS. 39) attualmente alla Biblioteca Alessandro Gambalunga di Rimini.&lt;br /&gt;Dai Gonzaga furono poi donati alla riminese Confraternita di San Girolamo che li cedette, dietro pressioni del cardinal Giuseppe Garampi sulla Curia romana (1753), alla Gambalunga (come scrive un suo direttore, &lt;b&gt;Piero Meldini&lt;/b&gt;).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nicolò di Lira, con il suo codice «Super Psalmos», è uno degli autori citati nell'inventario del 1560 conservato a Perugia e pubblicato nel 1901 da Giuseppe Mazzatinti in un saggio intitolato «&lt;b&gt;La biblioteca di San Francesco (Tempio malatestiano) di Rimini&lt;/b&gt;» [ora scomparsa], contenuto nel volume «Scritti vari di Filologia» apparso a Roma presso Forzani, Tipografi del Senato, pp. 345-352. Il saggio di Mazzatinti è datato «Forlì, agosto 1901».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un «Super Psalmos» (recte: «Postilla super librum Psalmorum», 1460) è conservato anche in Malatestiana a &lt;b&gt;Cesena&lt;/b&gt; (ora D-VI.3).&lt;br /&gt;Dove incontriamo pure, dello stesso Nicolò di Lira, i commenti al Vecchio Testamento (D.VI.2 e 5).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://amontanari.idoo.com/bibmalrimini/1430.html"&gt;Alla storia della&lt;br /&gt;&lt;b&gt;BIBLIOTECA MALATESTIANA DI SAN FRANCESCO A RIMINI&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://amontanari.idoo.com/bibmalrimini/indice.html"&gt;Alla sezione sulla&lt;br /&gt;&lt;b&gt;BIBLIOTECA MALATESTIANA DI SAN FRANCESCO A RIMINI&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;p align="right"&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:100%;color:#000080;"&gt;&lt;b&gt;Antonio Montanari&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:78%;color:#000080;"&gt;(c) RIPRODUZIONE RISERVATA&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;img src="http://amontanari.idoo.com/bibmalrimini/nicola_testo.web.jpg" align="left" height="545" width="400" /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-1084481951793368447?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/1084481951793368447/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=1084481951793368447' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/1084481951793368447'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/1084481951793368447'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2009/05/tra-rimini-e-manchester-nicol-di-lira.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-298271008454777083</id><published>2009-01-21T08:19:00.000-08:00</published><updated>2009-01-21T08:25:16.540-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 0, 0); font-weight: bold;"&gt;Pascoli giovane&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 0, 0); font-weight: bold;"&gt;Un volume e varie dimenticanze&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Al "Giovane Pascoli" è stato dedicato da &lt;b&gt;Rosita Boschetti&lt;/b&gt; un volume che è il catalogo della mostra tenutasi a San Mauro sul finire del 2006.&lt;br /&gt;Nel capitolo iniziale, molte notizie riguardano il soggiorno di Zvanì a Rimini (1871-72) per motivi di studio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A quel periodo risale una sua pagina, "Scartabelli di Nebulone scrittor di Romanzi".&lt;br /&gt;Rosita Boschetti precisa: in essa "Pascoli parla in tono piuttosto satirico di uno scrittore e giornalista dell'epoca, Giuseppe Rovani" (p. 7).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo queste parole mi sarei aspettato di leggere una nota con una citazione che mi riguarda.&lt;br /&gt;Infatti nel 2004 scrivevo sul settimanale riminese "il Ponte": "Si tratta di una pagina scolastica, contenuta in un quaderno intitolato 'Esercizi di poesia italiana', mai pubblicata sinora anche se conosciuta e citata da vari studiosi. Mariù stessa ne dette notizia, definendola un componimento 'piuttosto satirico'. Quando sabato 20 marzo (2004) ho salutato [...] il prof. Capecchi, egli mi ha suggerito di provare a cercare chi fosse quello 'scrittor di Romanzi' di cui Pascoli metteva in caricatura la vita e le opere nel compitino riminese. Le parole di Capecchi mi autorizzano a presentare pubblicamente l'esito della ricerca".&lt;br /&gt;Riproduco in calce l'intero articolo del 2004.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Circa il soggiorno riminese di Pascoli va aggiunto che quella casa "posta in uno stabile interno di via S. Simone" (p. 6, si tratta di parole di Mariù Pascoli non citata in nota), potrebbe "corrispondere all'attuale civico 17", come scrissi in "&lt;a href="http://antoniomontanari.e-monsite.com/rubrique,pascoli-riminese,1036774.html"&gt;Pascoli riminese&lt;/a&gt;" (Quaderni di Storia n. 3, Edizione il Ponte, Rimini 1995).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, nel testo di Rosita Boschetti è ampiamente citato Guido Nozzoli, i cui scritti sul tema (che occupano la prima metà della pag. 70) sono stati resi noti da me nel 2003 nel saggio «Zôca e manèra». Giovanni Pascoli studente a Rimini (1871-1872) contenuto nel volume "pascoli socialista". Anche in questo caso, nessuna citazione della fonte secondaria, il mio testo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;i&gt;Articolo del &lt;a href="http://digilander.libero.it/ilrimino/att/2004/930.pascoli.html"&gt;2004&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pascoli a Rimini, studente «piuttosto satirico»&lt;br /&gt;Nelle «Prose disperse» aspetti inediti della sua personalità&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le «Prose disperse» di Giovanni Pascoli pubblicate dall'editore Carabba (Lanciano 2004, pp. 536, euro 21) sono state presentate a Villa Torlonia di San Mauro sabato 20 marzo dall'autore, Giovanni Capecchi, e da Marino Biondi che ha tenuto una lezione appassionata e profonda sulla figura di Zvanì, in relazione a questo volume ed all'esperienza umana che vi si riflette.&lt;br /&gt;Capecchi, nell'introduzione al libro, spiega l'importanza della raccolta che permette di scoprire gli echi delle vicende pascoliane anche nella produzione in prosa. Ad esempio, cita il dramma del matrimonio di Ida, «che ha seguìto il crollo del progetto matrimoniale di Pascoli con la cugina Imelde naufragato per l'intervento della tempestosa Mariù». Pure le pagine di critica letteraria, aggiunge Capecchi, contengono «espliciti riferimenti» alle esperienze personali.&lt;br /&gt;Una curiosa confessione autobiografica si trova ad esempio in una recensione del 1898 a proposito dell'«Agricoltore» di Menandro, storia che termina con la celebrazione di un matrimonio: «dopo aver sottolineato la gioia che avrebbe cullato gli sposi», scrive Capecchi, il poeta non riesce a trattenersi e mette in relazione la felicità degli sposi (e di Ida che ha avuto le sue nozze) con la sua sorte di scapolo senza amore, aggiungendo una conclusione che a lui dovette costare un sospiro di autocommiserazione e che fa sorridere diversamente i lettori: «Basta: se ne stettero, se ne godettero, e a me nulla mi dettero». Giovannino scende dallo scranno solenne dello studioso severo, e pare che s'ingaglioffi fra le panche d'un'osteria a narrare pettegole storie nascoste, o forse palesi a tutti più che a lui stesso, allo scopo di sfogare «questa malignità di questa mia sorta», per usare le stesse parole di Machiavelli nella celebre lettera a Francesco Vettori.&lt;br /&gt;La prima delle «prose disperse» è del 1872, quando Giovannino era a Rimini a studiare al liceo Gambalunga, e s'intitola «Scartabelli di Nebulone scrittor di Romanzi». Si tratta di una pagina scolastica, contenuta in un quaderno intitolato «Esercizi di poesia italiana», mai pubblicata sinora anche se conosciuta e citata da vari studiosi. Mariù stessa ne dette notizia, definendola un componimento «piuttosto satirico». Quando sabato 20 marzo ho salutato alla fine della presentazione il prof. Capecchi, egli mi ha suggerito di provare a cercare chi fosse quello «scrittor di Romanzi» di cui Pascoli metteva in caricatura la vita e le opere nel compitino riminese. Le parole di Capecchi mi autorizzano a presentare pubblicamente l'esito della ricerca.&lt;br /&gt;Pascoli parla di Giuseppe Rovani (1818-1874), noto per la sua attività di romanziere e giornalista. Lo definisce «Nebulone», usando un vocabolo latino che significa ciarlatano. Rovani è passato alla storia della patrie lettere per avere scritto il romanzo «Cento anni», apparso a puntate sulla «Gazzetta di Milano» (1857-1858). Pascoli di lui dice: «quando mette fuori un Romanzo», se lo vede «squartato e posto a fette ne' giornali».&lt;br /&gt;Altro indizio su Nebulone. Si narra, spiega Zvanì, che egli abbia «consumato assai più vino per trastullarsi che olio per istudiare». Dalle biografie di Rovani sappiamo che «l'abitudine ad una vita sregolata e l'inclinazione al bere» lo portarono alla morte per alcolismo (così R. Facciolo nel «Dizionario bio-bibliografico», II, Einaudi, 1991, p. 1542). Rovani cominciò povero e finì ricco: come il Nebulone pascoliano: «l'inopia poscia l'avea distolto dai bagordi, e datolo alle muse».&lt;br /&gt;Nebulone, proseguiva Pascoli, «generalmente si professa comunista e internazionalista e afferma gli averi dovere essere uguali di tutti, e non esservi titoli né distinzioni di sorte». Rovani si adoperò come mazziniano nelle insurrezioni di Venezia e Roma nel 1848, e fu poi esule nel Canton Ticino con Mazzini, Pisacane e Cattaneo. Nomi che riassumono una linea politica gradita al Pascoli studente in Rimini.&lt;br /&gt;Le coincidenze fra il ritratto di Nebulone e la vera biografia di Rovani non dovrebbero ammettere dubbi. Resta da dire qualcosa sul tono «piuttosto satirico» di questa pagina. Osserva Capecchi: nei giorni del soggiorno riminese di Pascoli «si faceva un gran parlare, in Romagna, di anarchia, di internazionalismo, di comunismo, e il giovane Pascoli, nella compilazione dell'esercizio scolastico non restava immune da questi dibattiti che giungevano alle sue attente orecchie». Nebulone rappresenta lo «scrittore attaccato al denaro più che alla letteratura, adulatore dei potenti ma anche del popolo che gli garantisce il successo, abile a scrivere e a parlare anche senza riflettere», romanziere prolisso, oscillante nei suoi atteggiamenti politici. Pascoli descrive il suo Nebulone come uno «strabocchevolmente arricchito» che però «in tempo di carestia serra i granai», mentre briga «per un titolo di nobiltà».&lt;br /&gt;Sono argomentazioni che rendono molto graffiante la pagina pascoliana, il cui contenuto manifesta un'aspirazione politica covata tenacemente nel calore delle amicizie riminesi. Il ritratto di Nebulone si condensa in fulminanti battute che restituiscono un aspetto nascosto del giovinetto studente liceale. Le opere di quello scrittore beneficano l'umanità recandole il dono prezioso del sonno, che le evita di ricorrere «a grave prezzo» all'oppio ed al papavero. E rivelano che ci si trova davanti ad un vero riformatore della letteratura, alla vivente dimostrazione che si può (e si deve) «parlare e scrivere senza pensare».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aggiungo all'articolo mio una citazione (17 aprile 2004) da "Avvenire". Dove &lt;a href="http://digilander.libero.it/ilrimino/att/2004/950.pascoli.copioli.html"&gt;Rosita Copioli&lt;/a&gt; sotto il titolo "Così esce dal nido la prosa di Pascoli", scriveva: "... Pascoli liceale a Rimini bersaglia tal 'Nebulone scrittore di Romanzi', che Antonio Montanari ha identificato poi in Giuseppe Rovani".&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;p align="right"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);font-family:Verdana;font-size:85%;"  &gt;&lt;b&gt;Antonio Montanari&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-298271008454777083?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/298271008454777083/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=298271008454777083' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/298271008454777083'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/298271008454777083'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2009/01/al-giovane-pascoli-stato-dedicato-da.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-1581412361415448310</id><published>2008-12-15T01:56:00.000-08:00</published><updated>2008-12-15T02:17:54.646-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;center&gt;&lt;br /&gt;&lt;table table="" bg="" style="color: rgb(255, 255, 255);" border="0" cellpadding="6" cellspacing="0"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-size:130%;" &gt;&lt;i style="font-family: verdana;"&gt;Anni Trenta, favolosi e tragici&lt;/i&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt; [*]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/SUYr2a09e2I/AAAAAAAAAFY/LtfGhSltUBU/s1600-h/busi_1929.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 281px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/SUYr2a09e2I/AAAAAAAAAFY/LtfGhSltUBU/s400/busi_1929.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5279955827052870498" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;La guida turistica di Rimini curata da Luigi Gravina esce nel 1933, ultimo dei quattro anni in cui Pietro Palloni (1876-1956) è podestà, e mentre si sta realizzando (1932-35) il maestoso lungomare dal porto a piazza Tripoli. Palloni l'ha voluto per competere con la «passeggiata degli Inglesi» a Nizza. Gravina elogia «gli splendori del lido» introducendo i lettori alla vita della Marina, che per «comodità dei forestieri» precede la descrizione della città.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il primo stabilimento balneare di Rimini è inaugurato nel 1843. Nel 1868 la sua gestione passa al Comune (fino al 1904). Lo scarso numero di frequentatori per mancanza di infrastrutture alberghiere e d'intrattenimento, non riesce a coprire le spese. Nel 1873 apre il Kursaal: «il primo di tutta Italia», lo definisce il celebre igienista Paolo Mantegazza che ne è direttore. Nel 1876 nasce l'Idroterapico. Sarà demolito nel 1929. Nel 1878 il sindaco conte Ruggero Baldini inutilmente cerca di convincere alcuni investitori milanesi ad accettare la gestione privata dello stabilimento balneare. Baldini non ha fatto buoni affari con il turismo, ha dovuto vendere all'asta anche la casa natale. Dal 1885 ai nobili ed ai ricchi borghesi il Comune inizia a cedere gratuitamente od a basso prezzo, appezzamenti e tratti di spiaggia acquistati dallo Stato. Nel 1908 apre il Grand Hotel. Il Comune lo acquista nel 1931.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il 16 agosto 1916 il terremoto provoca gravi danni alla città, per cui sono demoliti 615 fabbricati. Una sventura peggiore al foglio cattolico «L'Ausa» appare la «Società dei bagni». Fallita nel 1912, essa ritorna nel 1926 in gestione al Municipio dopo oltre quattro anni di trattative. Dal 1917 la spiaggia, da Riccione a Bellaria, è data in concessione al Comune. Nel 1921 l'amministrazione di Rimini ha debiti per 17 milioni di lire con seri ed onerosi problemi sociali da risolvere, e poco credito presso le banche. Il Comune ha creato la nuova industria turistica, i privati si sono dedicati all'edilizia. Le perdite sono state municipalizzate e le rendite promosse. Molti contadini scendono dalle campagne al mare, attirati dalla «monocultura balneare» che trionfa nel Novecento, come Giorgio Conti ha spiegato in pagine fondamentali per la storia della città. Dal 1929 si vola a Milano. Nel 1932 è inaugurata la ferrovia per San Marino. Il duce ha insignito Rimini d'una etichetta rimasta celebre: «Scarto delle Marche e rifiuto della Romagna».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;La Rimini tra le due guerre mondiali, ha scritto Guido Nozzoli, era una cittadina provinciale in cui «l'unica opera nuova che mutasse non sgradevolmente la sua fisionomia fu il lungomare 'di Palloni'. [...] Sembrava tutto nuovo, ed erano le ultime frange dell'800».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Nel 1930 Rimini ospita 48.315 turisti. Nel 1934 sono 66.231 (+37%). Gli stranieri raddoppiano da 1.561 a 3.402. Nel «Corriere del Mare» del Ferragosto 1930, Valfredo Montanari (capo ufficio dell'Azienda di Soggiorno) scrive: «... abbiamo vissuto momenti di aspirazioni infinite. [...] La valorizzazione industriale della Riviera Riminese non è impresa di facile compimento». Per il ferragosto del 1936, quello delle picconate di Mussolini per l'isolamento dell'arco d'Augusto, al Kursaal si organizza il primo festival della canzone italiana. «Il vero successo si ottenne l'anno successivo», racconta nel 1962 Valfredo Montanari a Gianni Bezzi de «il Resto del Carlino»: «Il 5 agosto 1937 cinquemila persone affollarono il parco del Kursaal» che non era soltanto «il più raffinato edificio della città» ma anche uno dei 'personaggi' che «diedero la loro impronta, la loro voce, il loro spirito alla storia di una marina che accolse gente di ogni Paese».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Alla fine dell'agosto 1939 il cinegiornale Luce n. 1571 presenta la «gaia, spensierata, salubre vita balneare di grandi e piccini» sulla nostra spiaggia. Dal primo luglio la filovia Rimini-Riccione ha sostituito la tramvia elettrica del 1921. A Miramare fa scalo la linea aerea Praga-Roma.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sabato 2 settembre 1939 «il Popolo d'Italia» annuncia: «L'Italia con le armi al piede». Il resto lo sappiamo. La gente scappa dalla «città morta». Rimini è distrutta dai bombardamenti tra primo novembre 1943 e 21 settembre 1944. La Repubblica di San Marino diventa uno «sterminato rifugio», come dichiarò a Bruno Ghigi il giornalista Guido Nozzoli. Che il 19 settembre 1944, mentre si combatte per la presa di Borgo Maggiore, riesce a passare le linee ad Acquaviva giocando il cane di famiglia, Garbì. Deve contattare ufficiali dell'Ottava Armata che stanno preparando la "seconda Cassino". Si consegna loro prigioniero e li informa della «drammatica situazione dei civili rintanati nelle gallerie». Il comando inglese rinuncia così «al bombardamento di spianamento di San Marino programmato prima». Il Titano è salvo con gli oltre centomila rifugiati italiani. Nozzoli, allora sottotenente del Regio Esercito, scrive in un documento ufficiale (edito da Liliano Faenza nel 1994): «Assicurai l'assoluta assenza di batterie tedesche nel perimetro della città».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;La guida di Luigi Gravina si apre con tre brevi citazioni. Palloni ammonisce: Rimini non deve rivolgersi indietro ma «guardare al futuro». Ci sono versi bucolici del medico concittadino Domenico Bilancioni (1841-1884). Lo storico Giovanni Maioli definisce la città «antica e moderna, di sogno e di vita».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Bilancioni, ex garibaldino e carducciano in poesia, fu tra i ventotto dirigenti repubblicani arrestati il 2 agosto 1874 a Rimini, sul colle di Covignano, nella villa dell'industriale Ercole Ruffi. Del gruppo faceva parte l'anarchico Domenico Francolini (1850-1926), marito di Costanza Lettimi e legato da fraterna amicizia a Giovanni Pascoli.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il riminese Giovanni Maioli (1893-1961) diresse a Bologna il Museo del Risorgimento. A questo periodo storico egli ha dedicato centinaia di articoli e saggi, recando «il contributo di fonti ignorate o malnote, esaminate ed approfondite», come osserva Antonio Mambelli nell'orazione pronunciata a Rimini il 2 giugno 1962 durante il XIII convegno degli Studi Romagnoli.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;[*] Questo testo è la presentazione alla ristampa anastatica (ed. Bruno Ghigi, Rimini 2008) della guida di Rimini di Luigi Gravina apparsa nel 1933.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;p style="font-weight: bold; text-align: right;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-weight: bold; text-align: right;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Antonio Montanari&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;La foto (un manifesto di Adolfo Busi, 1929) è tratta dal sito &lt;a href="http://www.balnea.net/default.asp?cmd=sheet&amp;amp;id=109&amp;amp;pg=28"&gt;www.balnea.net&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;hr color="blue" size="1"&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;/center&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-1581412361415448310?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/1581412361415448310/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=1581412361415448310' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/1581412361415448310'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/1581412361415448310'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2008/12/anni-trenta-favolosi-e-tragici-la-guida.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/SUYr2a09e2I/AAAAAAAAAFY/LtfGhSltUBU/s72-c/busi_1929.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-7565137887859650028</id><published>2008-10-17T09:04:00.000-07:00</published><updated>2008-10-17T09:06:00.731-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/SPi31fXinkI/AAAAAAAAADk/XcKobz67mRw/s1600-h/famigliapascoli.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/SPi31fXinkI/AAAAAAAAADk/XcKobz67mRw/s400/famigliapascoli.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5258154694536240706" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:100%;color:#000080;"&gt;&lt;b&gt;Antonio Montanari&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Pascoli riminese&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Soggiorni, incontri ed amori del poeta di San Mauro&lt;br /&gt;Quaderni di Storia n. 3&lt;br /&gt;Edizione il Ponte Rimini 1995&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:100%;color:#000080;"&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:100%;color:#000080;"&gt;&lt;p align="justify"&gt; Una sera di fine settembre 1897, in piazza Cavour a Rimini, verso le 19 arriva Giovanni Pascoli, guidando un barroccino trainato dall'«irrequieta Violetta». Ha un appuntamento con Rico Tognacci ed altri amici sammauresi al Caffè Commercio, in una saletta riservata, dove li attende un cameriere che, per festeggiare l'incontro, stapperà una bottiglia di «Champagne La Tour», cioè vino della fattoria La Torre. (1)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo il brindisi la compagnia esce e s'incammina verso il teatro Vittorio Emanuele II. Giunto davanti alla pescheria, Zvanì si ferma un attimo e, commosso, comincia a parlare dei suoi ricordi legati alla nostra città. Rimini per Pascoli significa tante cose. Qui si è trasferito nel 1871, a quattro anni dalla misteriosa uccisione del padre Ruggero (in quel 10 agosto 1867, reso celebre da una sua lirica); e a tre dalla scomparsa della sorella Margherita (13.11.1868) e della madre Caterina Vincenzi (18.12.1868).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In quel doloroso trasloco, i sette fratelli Pascoli sono guidati da Giacomo (19 anni): Luigi ne ha 17, Giovanni 16, Raffaele 14, Giuseppe (cioè Alessandro) 12, Ida 8, Mariù 6. Luigi muore il 19 ottobre dello stesso 1871, per meningite. Giacomo deve far pratica da perito agrimensore nello studio dell'ing. Giovanni Fiorani. Per quella tribù di ragazzi e bambini «cominciò a regnare la povertà», come scriverà Maria, la più piccola che diventerà, per volere dello stesso Zvanì, la biografa ufficiale del poeta. (2)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«L'appartamento, già scelto da Giacomo ed arredato con lettini di ferro e di legno, e con mobili di casa nostra, era in uno stabile interno di via San Simone, e si componeva del pianterreno e del primo piano», continua Mariù: «La vita che si conduceva a Rimini… era di una economia che appena consentiva il puro necessario». (3)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovannino frequenta la seconda liceo: «povero, solitario e un pò scontroso egli viveva allora tutto assorto in un suo mondo astratto tanto che qualche volta fu perfino canzonato dai compagni della sua classe». (4)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ricorda Mariù che Zvanì doveva spesso assentarsi dalle lezioni a causa di un piede malato fin dalla nascita: per quel difetto nell'ultima falange del mignolo destro, la madre, vista la creatura appena partorita, si era messa a piangere. Quel difetto farà soffrire il poeta per tutta la vita, costringendolo ad «un'andatura ineguale e incerta come se camminasse sugli spini». (5)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovanni si segnala subito per la sua cultura. Un suo insegnante, Carlo Tonini (storico della città, figlio di Luigi), «comprese quel ragazzo ramingo e disperso», come racconterà Alfredo Panzini, e gli profetizzò un avvenire sicuro: «Vedrete, vedrete, questo figliuolo farà onore alla patria». (6) La pagella finale reca (il primo voto è relativo agli scritti): italiano 109, latino 109, greco 108, matematica 1010, filosofia 9, storia e geografia 7.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell'ottobre 1872, presso il tipografo riminese Malvolti, per le nozze principesche di Maria Torlonia e Giulio Borghese, esce un'ode di Pascoli che ha venature rivoluzionarie: «…Per fredda ambizione / si succia ognor al povero le vene / sotto l'onesto vel del comun bene…».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel ’75, quando muore lo zio riminese Alessandro Morri, Zvanì gli dedica una lirica. Morri era stato suo padrino al battesimo ed aveva sposato Luigia Vincenzi, sorella di Caterina, la «dolce madre» del poeta. (9)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le sorelle Vincenzi erano tre: Rita, Caterina e Luigia. Erano nate da Paolo Vincenzi e da Olimpia Alloccatelli, ricca figlia unica di un nobile di Sogliano. Rita sposa un possidente di Sogliano. Luigia, il Morri che fu segretario comunale prima a Sogliano e poi a Rimini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nei versi per lo zio, Giovanni inserisce dubbi teologici («Ditemi, i morti infradician sotterra / o qualche cosa n'evapora al ciel?… / ovver, mio forte amico, ora è destino / che putre fango e cenere sii tu?»), che mettono in sospetto la zia Luigia, «religiosissima e forse bigotta» (8) la quale, timorosa di un oltraggio alla fede, fa esaminare il testo «da una vecchietta, forse una specie di fattucchiera, tenuta dai riminesi di allora in concetto di santità». «Brusèla, brusèla! la è contra Crest!», è la sentenza, sùbito eseguita. L'altra zia, la «Rita di Sogliano», ne salva una copia. (9)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel ’76, alla morte di Giacomo per un'emorragia intestinale conseguente a tifo, Giovannino resta il capofamiglia: «andato in isfacelo il piccolo patrimonio famigliare, perduta la borsa di studio per partecipazioni a disordini politici, […] dovette interrompere gli studi e fino al 1880 visse miseramente aderendo al movimento rivoluzionario socialista, amico specialmente di Andrea Costa». (10)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel settembre ’77, per una notte ed un giorno, Pascoli soggiorna a Rimini, come racconta Antonio Baldini (11), «in bolletta dura», nella cameretta n. 6 della locanda di Matteo Barbiani, posta sopra il caffè dell'Unione, nella "piazzetta delle poveracce" (allora via Pescheria n. 111, ed oggi piazzetta Gregorio da Rimini). A Barbiani, Pascoli lascia in pegno del debito non saldato, alcuni capi di biancheria: tre camicie, un paio di mutande ed un fazzoletto, come dichiara lo stesso oste bussando cassa (lire 41,50) al signor Domenico Francolini (18501926), politicamente affine a Zvanì di cui era amico, e poeta rivoluzionario lui stesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovanni era venuto a Rimini per chiedere un sussidio all'amministratore degli eredi Pascoli, Ercole Ruffi, nella cui villa al Covignano, il 2 agosto 1874, erano stati arrestati 28 dirigenti repubblicani riunitisi con l'intenzione di discutere un'insurrezione nazionale. (12) Se ne andò con pochi soldi e molta rabbia per una frase del Ruffi, riportata da Mariù: «Turnè a Bulogna, mittiv a duzzena da una veccia recca e fasiv mantné». (13)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pascoli povero in canna, nel ’78 scrive una poesia, «La morte del ricco», che Francolini pubblica a sua insaputa nel periodico riminese che dirige, «Il Nettuno», nella speranza che essa possa «concorrere alla nostra propaganda rivoluzionaria».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra gli amici riminesi di Pascoli c'è anche Raffaello Marcovigi, che Zvanì chiama il Biondino ed anche l' «avvocatino tirchino». A lui, Pascoli scrive il 14 novembre 1883 i propri progetti: «…Poi prenderò moglie. Fammi il piacere di trovarmela, tu che hai molto tempo e molte conoscenze…». (14)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel ’91, il 22 luglio, Marcovigi si sposa con la signorina Gelmi: Giovannino regala all'antico amico un libretto di 22 poesie, sotto il titolo di &lt;i&gt;Myricæ&lt;/i&gt;. Nel 1896, Pascoli pensa di prender moglie pure lui: e scrive al segretario comunale di San Mauro, Pietro Guidi: «Caro &lt;i&gt;Pirozz&lt;/i&gt;, ti rinfresco la memoria. Cava in gran segreto le mie fedi e rintraccia quelle di mio padre e di mia madre e manda il tutto a Girolamo Perilli, via Garibaldi, 33, Rimini. In gran segreto… segreto di stato!…». (15)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Momo Perilli (18531930), ha sposato una figlia di Alessandro Morri, Anna. Zvanì (41 anni) è innamorato di Imelde (30), sorella di Anna (35). Pascoli spera che, accasatasi Ida nel ’95 con Salvatore Berti di Santa Giustina, anche Mariù trovi una sistemazione. Mariù, gelosa della sorella, desidera di morire. (16) E descrive Giovanni in preda ad una «tremenda crisi di nervi e di cuore». Pascoli scrive lettere piene di lacrime, mentre pensa segretamente al proprio progetto matrimoniale: di nascosto di Maria, aveva già regalato ad Imelde un anello. (17)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Maria non sopporta Imelde ed Anna, nei cui confronti si sente mortificata: «Erano buone e care ragazze […] ma assai diverse da noi per fortuna, perché esse erano ricche e vestivano con molto lusso, e noi eravamo povere e vestivamo molto dimessamente». (18)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Maria trama contro quelle nozze di Zvanì, e vorrebbe anche frugare nel portafoglio del fratello, gonfio non di soldi (precisa lei stessa), alla ricerca di qualche lettera d'amore. (19)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Contro Zvanì pare mettersi anche la zia Rita di Sogliano, che spettegola su quel piede malato del nipote, che non sarebbe piaciuto all'Imelde. La quale scrivendo alla medesima zia Rita smentisce, dichiarando che, a dire quelle parole, era stata la propria sorella Anna, moglie del Perilli a cui Pascoli aveva scritto per i certificati di matrimonio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mariù assolve la zia Rita, infatti dice che, se le nozze sono andate a monte, è per merito proprio: «Fui dunque io, non lei, a produrre quell'effetto»: la zia Rita aveva riferito a Mariù la frase udita «in casa delle cugine», non pensando che la sorella del poeta andasse «a soffiare» all'interessato «quelle parole». (20)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zvanì offeso tronca ogni rapporto con l'Imelde, le restituisce le lettere ricevute. All’inizio del ’97 Imelde si sposa con il riminese conte Giuseppe Baldini. «Una novità», commenta Giovanni Pascoli, ammettendo di aver fatto «un pianzutin» per la miseria e la solitudine di «Mariuccina». Ad Imelde, egli dedicherà poi dei versi, senza farne il nome: «E dunque tornai… tu non c'eri. / Per casa era un'eco dell'ieri, / d'un lungo promettere. E meco / di te portai sola quell'eco: / PER SEMPRE!». (21)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono passati pochi mesi da quella delusione, quando alla fine di settembre dello stesso ’97, Zvanì torna in Romagna a trovare le sorelle, per il battesimo di Myriam appena nata ad Ida. Il sorriso della famiglia sembra rincuorarlo in giorni molto tristi, testimonianti in una lettera ad Ugo Brilli: «Io sono solo solo […] sarà neurastenia, sarà autosuggestione, sarà effetto della vita forzatamente casta e orribilmente mesta, ma io passo certe ore, meglio certi giorni in cui mi pare di dover morire […]». (22) Anche la carriera scolastica gli dà pensiero. Pirandello qualifica le &lt;i&gt;Myricæ&lt;/i&gt;, a dire dello stesso Pascoli, come «opera di stitico, di uomo che si tormenta e tormenta». (23)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quella scappatina a Rimini, è un momento di serenità o di triste pensiero rivolto ai tanti dolori di una vita infelice? Giulio Tognacci, presente a quell'incontro tra amici sammauresi assieme al padre Rico, ha scritto: «Lessi negli occhi accesi che qualcosa cercava».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Uomini, se in voi guardo, il mio spavento / cresce nel cuore…». (24)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando pubblica &lt;i&gt;Myricæ&lt;/i&gt;, nel 1891, Pascoli ha 36 anni: da nove si è laureato ed è insegnante. Dopo Matera e Massa, è finito in cattedra a Livorno. La nostra terra gli sembra lontana, ma il ricordo pulsa doloroso nel cuore, e detta pensieri alla penna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una delle più antiche liriche della raccolta, &lt;i&gt;Romagna&lt;/i&gt; («è dell'80 o giù di lì», scrive lo stesso Pascoli), rappresenta questo legame con i luoghi d'origine. Sono i celebri versi dedicati all'amico poeta Ferrari: «Sempre un villaggio, sempre una campagna / mi ride al cuore (o piange), o Severino: / il paese ove, andando, ci accompagna / l'azzurra visïon di San Marino…».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel ’94, presentando la terza edizione di &lt;i&gt;Myricæ&lt;/i&gt;, Pascoli definisce i suoi versi come «frulli d'uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane: non disdicono a un camposanto». Dove riposa suo padre "Ruggiero" che era stato ucciso il 10 agosto 1867, e che per il figlio poeta resta il simbolo del male universale: «La vita […] è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e a gli altri. […] Ma gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene. E del male volontario dànno, a torto, biasimo alla natura, madre dolcissima […]».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In una recensione, apparsa nel marzo ’92 sulla «Nuova Antologia», si parla di &lt;i&gt;Myricæ&lt;/i&gt; come di «poesie fresche, pure, originali», dove si indovina una nota «di dolore rassegnato e calmo, di dolore umano, che acquista le nostre simpatie, e nel poeta ci fa amare anche l'uomo […]». Si sottolinea la novità della raccolta: «Son dei quadretti semplici e freschi […]».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La semplicità era già espressa nel sottotitolo di &lt;i&gt;Myricæ&lt;/i&gt;, che la dichiarava attraverso una citazione (…rovesciata) di Virgilio. Il poeta latino aveva scritto (nell'&lt;i&gt;Ecloga IV&lt;/i&gt;): «Non omnis arbusta iuvant humilesque myricæ», non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scrive invece Pascoli nel frontespizio del suo libro: «Arbusta iuvant humilesque myricæ». La scomparsa della negazione sottolinea un intendimento, quello di esprimere attraverso la poesia il canto della quotidianità. Pascoli traccia come un confine rispetto agli altri autori contemporanei che dominavano la scena letteraria. E' anche il superamento di un modo tradizionale di far poesia che durava da circa un secolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quella di Pascoli, scrive L. Anceschi nel suo fondamentale testo critico sulle &lt;i&gt;Poetiche del Novecento in Italia&lt;/i&gt;, è una «posizione distinta sia da quella del Carducci sia da quella del D'Annunzio». Che volesse differenziarsi dagli indirizzi dominanti, lo aveva confidato lo stesso Pascoli in una lettera dell’83 a Severino Ferrari: «Studio Orazio. Vorrei distinguermi da codesti poeti cromolitografici incipriati alla D'Annunzio».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lentamente, edizione dopo edizione (la sesta ed ultima è del 1903), &lt;i&gt;Myricæ&lt;/i&gt; diventano un libro noto che rappresenta una concezione poetica nuova, quella degli «oggetti»: ogni elemento diventa un simbolo, come «l'aratro in mezzo alla maggese» di &lt;i&gt;Lavandare&lt;/i&gt;, che raffigura la solitudine umana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È questa «la poesia delle piccole cose», secondo la formula classica di Renato Serra. Essa apre una linea che, attraverso i Crepuscolari, come ha insegnato Anceschi, giunge fino ad Eugenio Montale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scheda 1. «Giovanni Pascoli è un Romagnolo: e non si può capir nulla della sua vita e della sua arte se non si sente in lui la "pasta" di questa tipica razza italiana, d'una vitalità concentrata e esuberante, piena di contraddizioni e di lotte intime e aperte […]», scriveva nel 1937 Ettore Cozzani, in un'ampia analisi critica della vita e delle opere del poeta di San Mauro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«E non si può capir nulla» di questa citazione, se non andiamo a leggere qualche riga dopo: «la razza che in pochi decenni ha potuto dare tempre […] di precursori e anticipatori come Alfredo Oriani, di sintetizzatori e realizzatori come Mussolini, di poetiveggenti come il Pascoli stesso».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Povero Pascoli, in quale triste compagnia lo poneva la retorica di Cozzani che addirittura trasformava gli abitanti d'una terra in una «razza» a sé.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scheda 2. Il 10 agosto 1991 a San Mauro, nella Chiesa della Madonna dell'Acqua, mons. Luigi Pascoli ha celebrato l'anniversario della morte del nonno Ruggero Pascoli (avvenuta nel 1867), ed il 60° della propria Prima Messa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mons. Luigi Pascoli è figlio di Giuseppe, nato nel 1859 e morto nel 1917, ultimo dei maschi di Ruggero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I rapporti tra Peppino e gli altri fratelli non furono sempre felici. Fanciullo «discolo», lo descrivono gli storici, perché scacciato per una qualche mancanza da tutte le scuole del Regno, nel 1873. Crebbe con un carattere «piuttosto cupo» e taciturno, racconta Mariù nella biografia del poeta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fallito un concorso nelle ferrovie, Peppino bussava spesso a soldi in casa di Zvanì che, nell’83, non ha notizie precise del fratello, ma scrive a Severino Ferrari: «Pare che debba essere impiegato da Torlonia».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Peppino sposa poi la vedova di un barbiere che aveva due figli grandicelli. Commenta la terribile Mariù: «Egli aveva disgustato tutti…». Nel ’94, «in miserevole stato», Giuseppe porta a Giovannino la notizia della morte della moglie. Ma è «tutta una commedia per far compassione».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Peppino si stabilisce a Bologna, impiegato in una fabbrica di biciclette. «Quasi due anni dopo il falso annunzio […] la moglie gli morì davvero», precisa Mariù. Successivamente, egli va in Veneto e si sposa di nuovo, con una maestra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Don Luigi Pascoli, il 10 agosto 1931, celebra la Prima Messa nella Chiesa della Madonna dell'Acqua, annessa alla vecchia casa Pascoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al ’39, a Santa Giustina di Rimini, risale il suo primo incontro con la zia Ida che lo accolse con simpatia, perché finalmente poteva conoscere uno dei sei figli di Peppino. Ida viveva in povertà, dimenticata da Mariù: morirà a Bologna, nel ’57, assistita con i Sacramenti proprio dal nipote don Luigi. Mariù era scomparsa nel 1953.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NOTE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1Cfr. GIULIO TOGNACCI, &lt;i&gt;Ricordi pascoliani&lt;/i&gt;, Garattoni, Rimini 1939, p. 39.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2 Cfr. MARIA PASCOLI, &lt;i&gt;Lungo la vita di G. P.&lt;/i&gt;, Mondadori, Verona 1961, p. 34.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3 Ibidem. La via San Simone è l'attuale via A. Serpieri. L'abitazione di Pascoli dovrebbe corrispondere all'attuale civico 17.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4 Cfr. LUIGI FERRI, &lt;i&gt;G. P. e la città di Rimini&lt;/i&gt;, in Monografia n. 2 (1959) della collana edita dall'I.T.C.S. «R. Valturio», Rimini, a cura del preside Remigio Pian, p. 17.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;5 Cfr. M. PASCOLI, cit., p. 10.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;6 Cfr. L. FERRI, ibidem. Sul soggiorno riminese, cfr. pure GIULIO CESARE MENGOZZI, &lt;i&gt;Noterelle su P. studente a Rimini&lt;/i&gt;, «Studi Romagnoli», VII (1956), pp. 171174; &lt;i&gt;Alessandro Tonini, G. P. e Carlo Tonini&lt;/i&gt;, «La Piê», nn. 34, 1955; e A. MONTANARI, &lt;i&gt;Il genio di Zvanì sbocciò a Rimini&lt;/i&gt;, «Il Ponte», 21. 12. 1986.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;7 Cfr. M. PASCOLI, cit., p. 7.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;8 Cfr. L. FERRI, &lt;i&gt;Il P.e la città di Rimini (II)&lt;/i&gt;, in Monografia n. 5 (1962), collana cit. I.T.C.S. «R. Valturio», p. 101.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;9 Cfr. L. FERRI, ibidem.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;10 Cfr. L. FERRI, &lt;i&gt;G. P. e la città di Rimini&lt;/i&gt;, p. 18.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;11 Cfr. ANTONIO BALDINI, &lt;i&gt;G. P. in bolletta dura&lt;/i&gt;, «Corriere della Sera», 12.10.1928. Sull'edificio di piazzetta Gregorio da Rimini, nel 1962, l'amministrazione comunale fece apporre una lapide in cui, erroneamente, si dice che «negli anni 1871 e 1872 G. P. abitò studente questa casa…». Cfr. il cit. articolo de «Il Ponte», 21. 12. 1986.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;12 Cfr. A. MONTANARI, &lt;i&gt;L'«Orologio guasto» di Carlo Marx&lt;/i&gt;, «Il Ponte», 27.1.1991.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;13 Cfr. M. PASCOLI, cit., p. 67.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;14 Cfr. L. FERRI, &lt;i&gt;G. P. e la città di Rimini&lt;/i&gt;, p. 19.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;15 Cfr. L. FERRI, ibidem, p. 20.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;16 Cfr. M. PASCOLI, cit., p. 430.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;17 Cfr. L. FERRI, &lt;i&gt;Il P. e la città di Rimini (II)&lt;/i&gt;, cit., p. 109.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;18 Cfr. M. PASCOLI, cit., p. 188.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;19Cfr. ibidem, p. 482.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;20Cfr. ibidem, p. 526.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;21 Cfr. ibidem, p. 525. La poesia s'intitola &lt;i&gt;Per sempre&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;22 Cfr. ibidem, p. 573.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;23 Cfr. ibidem, p. 572, nota 2.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;24 Cfr. G. P.,&lt;i&gt; La vertigine&lt;/i&gt;, dai &lt;i&gt;Nuovi poemetti&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:85%;color:#0000ff;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;p align="right"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:100%;color:#000080;"&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:85%;color:#0000ff;"&gt;&lt;b&gt;Antonio Montanari&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;hr color="blue" size="1"&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-7565137887859650028?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/7565137887859650028/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=7565137887859650028' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/7565137887859650028'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/7565137887859650028'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2008/10/antonio-montanari-pascoli-riminese.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/SPi31fXinkI/AAAAAAAAADk/XcKobz67mRw/s72-c/famigliapascoli.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-1227936120213155653</id><published>2008-09-20T10:14:00.000-07:00</published><updated>2008-09-20T10:22:41.821-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia di rimini'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='giuseppe giulietti'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='marineria'/><title type='text'></title><content type='html'>&lt;hr style=";font-size:100%;color:red;"  &gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;center&gt;&lt;b&gt;il Rimino - Riministoria&lt;/b&gt;&lt;/center&gt;&lt;/span&gt;&lt;hr style=";font-size:85%;color:red;"  &gt;&lt;center&gt;&lt;table border="0" cols="1" width="100%"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;b&gt;MARINERIA E SOCIETÀ RIMINESE (1700-1800)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;b&gt;Relazione presentata al Convegno su Giuseppe Giulietti,&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Rimini, 21 giugno 2003&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;p align="justify"&gt; Nel corso del 1700 e per la prima metà del 1800 nella vita sociale di Rimini, la Marineria gioca un ruolo molto importante, a cui però non corrispondono né una soddisfacente condizione economica, né un qualsiasi coinvolgimento nella gestione della cosa pubblica.&lt;br /&gt;Nel 1791 Francesco Battaglini scrive che alla «classe marinaresca tanto utile alla Città nostra, e nel tempo stesso sì grama, e misera», fanno capo «a dir poco» duemila persone.&lt;br /&gt;Cinque anni dopo, nel 1796, un documento ufficiale della Municipalità riminese calcola questa classe in «circa tre mila Persone», quasi un quarto degli abitanti della città. Faticosamente, dopo l’armistizio del 23 giugno dello stesso 1796, la Municipalità riminese ha impedito «l’emigrazione di molti abitanti del Porto».&lt;br /&gt;Nel 1835 «Naviganti e Pescatori» attestano che la «numerevole marina» del nostro Porto è «forte di tremila e trecento anime tutto compreso, tanto naviganti che peschereccia». Cessato ogni commercio e resosi «scarsissimo il pesce» (essi scrivono alla Segreteria di Stato), «languiscono e moion di fame sì i Naviganti, che i Pescatori colle innocenti numerevoli loro Famiglie»: sono «gente buona sì, ma rozza, impetuosa, ed amareggiata da una miseria, che quasi la sospinge alla disperazione».&lt;br /&gt;1843: la «classe infelice» e «numerosa de’ Marinai, e Calafati non che Commercianti» si dichiara costituire «una quarta parte della Popolazione» riminese. [B 684]&lt;br /&gt;1856: «più di cinque mila persone» sono «dedite specialmente ai negozi marittimi d’ogni specie». Lettera del Gonfaloniere di Rimini all’ingegner Maurizio Brighenti (autore di un progetto di rinnovamento del canale).&lt;br /&gt;1857: risultano 908 addetti per 199 navigli (23 capitani mercantili, 65 «paroni di piccolo corso» ed 820 marinai in genere).&lt;br /&gt;1861: 1.659 addetti (1.165 per il commercio e 494 per la pesca) per 123 navigli (46 da commercio e 77 da pesca).&lt;br /&gt;Commercio: 27 capitani, 108 padroni, 730 marinari, 300 mozzi.&lt;br /&gt;Pesca: 90 padroni, 334 marinai, 70 mozzi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad una famiglia di miseri pescatori appartiene Giulietti che nasce nel 1879, sul finire di un secolo in cui le cose non mutano granché rispetto al Settecento, come non muteranno neppure all’inizio di quello successivo, secondo quanto testimonia il deputato liberale Gaetano Facchinetti a proposito degli eventi bellici del 1915, annotando che essi colpirono gravemente «la numerosa e povera classe marinara».&lt;br /&gt;Nella catena delle forze sociali che vivono all’interno dell’«antico regime», la «classe marinara» costituisce l’anello più debole. Essa però è ugualmente temuta, come ricaviamo da una lettera del 14 luglio 1796 (dopo l’apparire dei Francesi in Romagna), in cui la Municipalità scrive al Legato, che questa «classe marinara» è non soltanto «numerosa», ma anche «poco docile».&lt;br /&gt;E «poco docile» essa si è già dimostrata il 26 aprile 1768, organizzando «un terribile tumulto» contro Serafino Calindri ed il suo progetto di espurgazione del canale. Calindri se ne era andato da Rimini temendo che un bandito (il «noto Brugiaferro»), fosse stato assoldato per toglierlo dalla circolazione, allo scopo di favorire il prolungamento dei moli proposto dal medico Giovanni Bianchi, nume tutelare della cultura e della scienza riminese. Sono questi gli anni in cui padre Boscovich definisce il porto «massima risorsa» della nostra città.&lt;br /&gt;Ma «poco docile» la classe marinara appare anche nelle questioni che oggi chiameremmo sindacali, quando si tratta di difendere i diritti dei lavoratori nei confronti dei «Padroni» delle Barche che, ad esempio, somministravano ai loro marinai cattivo vitto e «vino corrotto».&lt;br /&gt;«Padroni» sono detti non i proprietari, ma i «Conduttori» della barche. Non sempre i «Padroni» sono anche proprietari delle barche. Ad investire nell’ambiente del porto, oltre ai commercianti, figurano pure nobili cittadini che «impiegano vistose somme di denaro in crediti, cambi marittimi e nell’acquisto di barche».&lt;br /&gt;Fra questi nobili troviamo Nicola Martinelli, il quale, seguendo le teorie di Cesare Beccaria, si batte per la libertà di panizzazione, e si oppone a Francesco Battaglini che sostiene invece il sistema pubblico dell’Annona. La famiglia Martinelli inoltre possedeva 21 case nel Borgo San Giuliano.&lt;br /&gt;Un «Padrone», per farsi la barca, deve indebitarsi per un periodo così lungo che normalmente coincide con quasi tutta la durata della barca stessa, che è di dieci-quindici anni. Il povero pescatore, si scrive nel 1869 in un documento ufficiale, consuma tutta la sua vita «sempre in debito ed a vantaggio di quattro vampiri: costruttore, fabbro-ferraio, cordaio e venditore di pesce».&lt;br /&gt;Il «Padrone», nell’ingaggiare i marinai della sua ciurma, deve rispettare alcune regole che la Municipalità impone nel 1745 con i «Capitoli del Porto», seguendo l’«inveterato stile» comunemente osservato. Sono regole che costituiscono una specie di contratto collettivo di lavoro. Nel periodo che va da dopo le «Feste di Natale» sino a Pasqua, il Conduttore non può licenziare gli uomini della barca «senza legittima causa da riconoscersi dal Signor Capitano» del Porto, sotto pena del pagamento dei danni da calcolarsi «secondo il guadagno della Barca». In caso di malattia, sia al «Patron conduttore» sia a qualsiasi «Uomo di Barca», è garantita «almeno per un Mese» la solita parte di guadagno.&lt;br /&gt;A proposito dell’«inveterato stile» comunemente osservato, riporto un episodio del luglio 1804: «due Barche Pescareccie di questo Porto» sono «fatte preda di un Corsaro Inglese», e di conseguenze trenta marinai restano senza lavoro. Con una petizione alla Municipalità, essi chiedono ai «Patronati di Barche» di anticipare di due o tre mesi il «costume di aumentare un uomo per Barcha prima che entri la nuova stagione», che iniziava a novembre. La Municipalità immediatamente sollecita i proprietari ad anticipare questo «solito aumento di un uomo per Barca».&lt;br /&gt;I pescatori sono più tutelati dei lavoratori dei campi, duramente colpiti dalla carestia che si sviluppa pure a Rimini tra 1765 e 1768: molti di loro fuggono a Roma, ospitati a spese dell’Erario in due «serragli», in mezzo ad un’epidemia di vaiolo. In questa «miserabile città», scrive il cronista Ubaldo Marchi nel 1767, i marinai sono «in molto gran numero» e lavorano su 40 barche pescarecce; tremila sono invece i poveri che campano «con cercare elemosina».&lt;br /&gt;Un altro cronista cittadino, Ernesto Capobelli, scrive che «il Pontefice non pensò a solevar in conto alcuno li suoi sudditi, dispensò soltanto tesori spirituali». La Congregazione del Buon Governo nel 1767 fa sapere ai riminesi che con «Erbaggi e Frutti» si poteva supplire «a qualche defi-cienza di Pane».&lt;br /&gt;Certamente la nostra marineria non era come il popolo romano durante la carestia, descrittoci da un abate francese, Gabriel François Coyer: «bien dévot, bien soumis», esso si riuniva soltanto «pour faire des processions et pour gagner des indulgences sous le doigt de Sa Sainteté».&lt;br /&gt;Alla carestia, il 22 luglio 1765 si aggiunge l’alluvione del Marecchia che porta all’«ultima rovina» il porto canale.&lt;br /&gt;Nel 1799 la marineria riminese dimostra tutta la rabbia accumulata in molti decenni di sofferenze. Prima mette in fuga i soldati francesi dopo l’arrivo degli austriaci. Poi, seguìta dai «villani» dei dintorni, organizza una sommossa lunga e violenta che subentra alle devastazioni, alle prepotenze, agli abusi dei napoleonici.&lt;br /&gt;I ripetuti e severi proclami degli austriaci, lasciano il tempo che trovano. Dal 30 maggio 1799 al 13 gennaio 1800, la Municipalità riminese vive una crisi istituzionale che non è una insorgenza a favore del Papato. Gli umori popolari sono ben riassunti da un sonetto anonimo in cui Roma è definita «infame», e si inneggia agli austriaci. I quali innalzano le insegne, care ai reazionari, dell’aquila imperiale e dell’«amore della Santa Fede».&lt;br /&gt;I rivoltosi saccheggiano le botteghe degli Ebrei, assaltano il Palazzo Publico, dove rubano «tutto quello che vi era», dopo aver «rotto ogni cosa». Arrestano, incarcerano, mandano in esilio.&lt;br /&gt;Entrati nella Guardia Civica, i marinai fanno da pompieri e da incendiari. Il loro comandante Lorenzo Garampi ne approfitta per tentare di dominare sulla città, favorito dal fatto che agli austriaci sfugge il controllo di una situazione in continuo fermento. I marinai tentano di sistemare anche Lorenzo Garampi che per salvarsi, il 27 agosto in cattedrale durante una «sanguinosa zuffa», è costretto a rifugiarsi sul campanile.&lt;br /&gt;Per tutto il Settecento i «Poveri Pescatori» tentano di migliorare le loro condizioni. A Roma trovano più ascolto che a Rimini, dove negano la loro miseria in base a due argomenti: essi si costruiscono case, e le loro mogli vanno «come tutto dì si vedono, tanto pompose».&lt;br /&gt;Nel 1787 in via provvisoria, e nel 1791 definitivamente, al posto del dazio del 15 per cento «del Prezzo ricavato» dalla vendita del pesce, subentra una tassa annuale sulle barche, suddivise in sei categorie. L’accordo finale approvato dal Legato, è firmato il 20 giugno 1792 come &lt;i&gt;Transazione, e amichevole composizione&lt;/i&gt; fra Comunità riminese e Procuratore dell’Arte della Pesca a nome dei suoi iscritti.&lt;br /&gt;La Municipalità per difendere il dazio del 15 per cento, ha sostenuto che esso normalmente dall’appaltatore era ridotto all’otto, e che se i pescatori guadagnavano poco, la colpa era soltanto dei rivenditori del pesce, i cosiddetti «porzionevoli», che formavano società fra loro per esportare al prezzo più vantaggioso il pesce a Bologna ed in Toscana. Questo fatto diminuiva il «frutto de’ sudori, e pericoli degli infelici Pescatori». E lasciava Rimini senza pesce, o lo faceva pagare ad un prezzo maggiorato di un terzo.&lt;br /&gt;Nel 1805, secondo un testo ufficiale, nel porto di Rimini sono attive 104 barche con 780 marinai: settanta sono da pesca con 480 marinai, e trentaquattro da traffico con 300 addetti. In un anno nel nostro porto «entrano più di 400 bastimenti carichi di varie mercanzie e generi, e ne partono altri quattrocento carichi di effetti del Paese e dell’Estero». Per questa sua situazione, si sottolinea, Rimini meriterebbe di ottenere il «Porto Franco».&lt;br /&gt;L’indotto è costituito da un cantiere senza loggiato, dove non è possibile lavorare nei mesi invernali; da fabbriche di cordami; e dalla manifattura della cotonina per le vele (con 300 donne impiegate annualmente).&lt;br /&gt;Esistono poi a Rimini buone fabbriche di concia di pelle, di vetri e cristalli a uso di Venezia, di ombrelle di tela cerata, di cappelli fini a uso di Germania, ed «un considerevole lavoro di seta greggia». Si fanno «paste di frumento a uso di Genova» ed il «Biscotto pei Marinai».&lt;br /&gt;Questo «Biscotto» è un tipo di «pane par-ticolare per gusto, e per la forma», che i marinai «trasportano in Mare», ed è diverso da quello spacciato dall’Annona che «non può resistere ai dieci, o dodici giorni di navigazione».&lt;br /&gt;Il 5 dicembre 1799 all’Annona era stata imposta dalla Reggenza municipale la fabbricazione provvisoria di una «terza qualità» di pane ad uso esclusivo della Marineria, «fra il Bianco, ed il Bruno», che è migliore del «Bruno», richiede una maggior cottura, ed ha «il sale, che vi occorre uniformemente a quello che sogliono fare in casa» gli stessi marinai. Esso poteva essere spacciato soltanto alle «Porte di S. Giuliano, e di Marina in Città».&lt;br /&gt;Peggio se la passano gli altri cittadini. Due anni dopo, nel 1801 il medico Michele Rosa illustra il modo di rendere commestibile la ghianda, ed un panettiere lo mette subito in pratica ottenendo un’entusiastica approvazione da parte della Municipalità.&lt;br /&gt;Nel 1816, racconta Carlo Tonini, avvengono tumulti cittadini contro l’aumento del prezzo del frumento, con la partecipazione «di villani e di marinai, ai quali ultimi dalla stagione burrascosa e imperversante era impedito il rimettersi in mare». I «sedizioni del porto» hanno anche un cannone levato da una loro barca, con il quale entrano in città, e che puntano da sotto la statua di Paolo V «contro la scala del palazzo consolare». Una trattativa e la promessa di diminuire il prezzo del grano, fanno rientrare i marinai nel porto, assieme alla loro bocca da fuoco, mentre il vescovo li benedice da palazzo Garampi.&lt;br /&gt;Nel 1817, l’11 aprile, per «improvvisa, e gagliardissima burrasca», affondano quattro «baragozzi da pesca», e perdono la vita 25 «individui di mare»: ventritré famiglie restano «nella massima desolazione e miseria».&lt;br /&gt;Se nella seconda metà del 1700 il numero delle barche pescarecce aumenta del 128 per cento, a cavallo dei due secoli c’è un calo del 15 per cento. Segue fino al 1836 una risalita del 36 per cento, a cui subentra un calo di quasi il 50 per cento sino al 1869, quando la flotta pescareccia torna con 51 barche al livello di un secolo prima (1773). Il declino continua se nel 1902 le barche sono soltanto 46.&lt;br /&gt;Nel giro di un secolo, dal 1805 al 1902, la forza lavoro passa da 480 marinai a 280, cioè ad oltre un 41 per cento in meno.&lt;br /&gt;A metà della crisi, nel 1864, Luigi Tonini censisce 5.284 riminesi «portolotti», cioè pescatori, naviganti, calafati, commercianti, industrianti ed i componenti i loro nuclei famigliari. Sono poco meno di un terzo della popolazione urbana complessiva (rioni di città e borghi), «che nel 1862 ascendeva a 16.874 anime». I pescatori risultano 419, i naviganti 458. I pescatori e le loro famiglie sono soltanto mille persone, un terzo di quanto erano sul finire del secolo precedente. I naviganti e famiglie arrivano a 1.823 unità.&lt;br /&gt;I «portolotti» abitano prevalentemente, ma non soltanto, nei Borghi Marina e San Giuliano, ed anche in zone lontane dal mare.&lt;br /&gt;Le imprese che abbiamo incontrato nel documento del 1805, hanno dimensioni molto ridotte: da altra fonte del 1812, ricaviamo che appaiono consistenti soltanto il filatoio di seta con 66 dipendenti e due fabbriche di vetri e cristalli con 49. Nel 1824 «la fabbricazione delle vele di canapa e cotone risulta quasi totalmente abbandonata»: vi provvedono con lavoro a domicilio circa 70 donne per quelle di canapa; e 30 per quelle di cotone, contro le 300 impiegate nel 1805.&lt;br /&gt;Nel 1840 la più grossa fabbrica di Rimini è quella dei fiammiferi di sicurezza Ghetti (1837 c.), con 300 donne e 50 uomini.&lt;br /&gt;Nel 1818 la tassa d’ancoraggio per le barche è raddoppiata rispetto al 1796. Il 1829 è una «calamitosa annata» per la pesca. Il papa concede un «caritatevole sussidio di scudi 1.000» che però non si sa come distribuire, mentre si confida che «cessato il vento i pescatori andranno in Mare» a guadagnarsi da vivere perché quel sussidio risulta inadeguato alla necessità.&lt;br /&gt;Dal 1836 il «Legato» del conte Giacinto Martinelli &lt;i&gt;bonae memoriae&lt;/i&gt; benefica annualmente con 200 scudi i «Marinai di questo Porto, quivi nati, e domiciliati, vecchi oltre l’età di cinquanta anni, miserabili, ed invalidi».&lt;br /&gt;A questo lascito nel 1877 si aggiunge quello (più sostanzioso, mille scudi) di Giambattista Soardi. Dal 1883 entrambi i «legati» sono trasformati in opere pie che l’anno successivo sono riconosciute come enti morali dal re d’Italia Umberto.&lt;br /&gt;La situazione idraulica del nostro canale rende «poco servibile il porto», reca «danno al commercio» e mette «in crisi l’attività delle costruzioni marittime». A questa situazione negativa si cerca di porre rimedio tra 1842 e ’63 con un duplice prolungamento dei moli secondo la ricetta settecentesca dal medico Giovanni Bianchi, per complessivi 328 metri a Levante e 373 a Ponente.&lt;br /&gt;Nel frattempo (1843), nasce l’industria turistica balneare su cui s’indirizzano gli interessi e le cure della classe dirigente locale, a danno delle attività portuali, per le quali mancano gli investimenti necessari. Ed il rinnovato e restaurato Porto Corsini di Ravenna dal 1870 toglie a quello di Rimini il primato che aveva nel tratto di costa fra Venezia ed Ancona.&lt;br /&gt;Nel 1859 inoltre il porto di Rimini è stato declassato a semplice Commissariato di prima classe da Capoluogo di circondario marittimo che era dal 1803. Il nuovo Capoluogo è Ravenna. Nel 1843 il nostro porto era stato dichiarato «scalo di merci per la Toscana». Quando passa da Rimini alla fine del 1860 il re Vittorio Emanuele, una commissione gli consegna un foglio «per il Porto».&lt;br /&gt;Più che la crisi del porto e della marineria, è stato scritto, è l’intera crisi politica della città, provocata dai suoi «maggiorenti conservatori», che ne ipotecano «le forme ed i tempi dello sviluppo».&lt;br /&gt;E contro quest’ordine delle cose insorgono i popolani nel settembre 1845 con Pietro Renzi, lasciando una testimonianza di rivolta contro l’arretratezza e la stagnazione degli Stati Pontifici. Parte degli insorti fuggono via mare, aiutati proprio dai pescatori riminesi.&lt;br /&gt;Nel successivo novembre i nostri marinai tentano una sommossa contro l’aumento del prezzo del grano. Il Cardinal Legato Giorgi con un editto assicura la popolazione che il governo vegliava anche sopra i poveri, e che non temessero.&lt;br /&gt;Altre due proteste delle donne di marina avvengono nel luglio 1848, la seconda con l’incendio totale di una barca che doveva esportare grano a Venezia.&lt;br /&gt;Nel 1855 arriva il «Cholera Morbus» con i suoi danni anche sull’attività marittima, e con 717 decessi dei 1.264 affetti su di una popolazione cittadina di 17.627 abitanti. La sua prima comparsa è proprio nel Borgo di San Giuliano con la morte di un pescatore il 18 marzo, dopo tre giorni di malattia. Quel Borgo San Giuliano che un suo figlio illustre, lo scrittore Luigi Pasquini, battezzerà come «il sobborgo più torbido della città», e «covo di “anarchici storici”». &lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;p align="right"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;b&gt;Antonio Montanari&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;hr style=";font-size:100%;color:blue;"  &gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;p align="center"&gt;All' &lt;a href="http://digilander.libero.it/monari/ilrimino.indice.html"&gt; indice &lt;/a&gt; de il Rimino&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All' &lt;a href="http://digilander.libero.it/monari/index.html"&gt; indice&lt;/a&gt; di Riministoria&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;hr style="" color="red" size="2"&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;/center&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-1227936120213155653?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/1227936120213155653/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=1227936120213155653' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/1227936120213155653'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/1227936120213155653'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2008/09/il-rimino-riministoria-marineria-e.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-4916476844138434146</id><published>2008-09-04T01:44:00.000-07:00</published><updated>2008-09-04T01:45:30.869-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:100%;color:#000080;"&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;b&gt;Il quindicesimo secolo vede Rimini ed i suoi signori, i Malatesti, alla ribalta dell'Europa. Ne raccontiamo in breve la storia.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Papa Gregorio XII, eletto nel 1405, si rifugia a Rimini il 3 novembre 1408 mentre si prepara il concilio di Pisa e dopo che Carlo Malatesti (1368-1429), signore di Rimini, lo ha salvato da un tentativo di cattura. La grande stagione malatestiana all'interno della vita della Chiesa comincia in questa occasione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Carlo, per contattare il collegio cardinalizio, utilizza Malatesta I (1366-1429), signore di Pesaro, che in precedenza si è offerto a Gregorio XII per una missione diplomatica presso il re di Francia, inseritosi nelle dispute ecclesiastiche per interessi personali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La parentela fra il ramo marchigiano e quello riminese, è in apparenza lontana. Il capostipite è Pandolfo I (1304-1326) figlio del fondatore della dinastia Malatesta da Verucchio che aveva conquistato Rimini nel 1295. Da Pandolfo I sono nati Galeotto I (1299-1385) e Malatesta Antico detto Guastafamiglie (1322-1364) al quale fa capo il ramo marchigiano con suo figlio Pandolfo II (1325-73) signore di Pesaro, Fano e Fossombrone, ed il figlio di costui Malatesta I, padre di Cleofe e Galeazzo.&lt;br /&gt;Il ramo riminese-romagnolo deriva da Galeotto I, fratello del bisnonno di Cleofe e Galeazzo. Carlo è figlio di Galeotto I. A consolidare la parentela, oltre gli affari e le imprese mercenarie, sono state due sorelle di Camerino, Gentile da Varano sposatasi con Galeotto I (1367), ed Elisabetta con Malatesta I (1383).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Malatesta I è stato in affari con Urbano VI, prestandogli diecimila fiorini e ricevendo in pegno biennale il vicariato nella città di Orte (1387). Il papa gli ha anche chiesto il suo aiuto nello stesso anno per proteggere l'arcivescovo di Ravenna Cosimo Migliorati cacciato dalla città. E poi nel 1391, di difendere gli interessi della Santa Sede contro i ribelli di Ostra (Montalboddo).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I lavori a Pisa iniziano il 25 marzo 1409. Gregorio XII è dichiarato deposto. Carlo arriva a Pisa come mediatore fra Gregorio XII ed i padri conciliari, ma in sostanza quale suo difensore. Non è accettata la sua offerta di Rimini per sede dell'assise ecclesiastica, parendogli Pisa non adatta in quanto sottoposta alla dominazione dei fiorentini, avversari di Gregorio XII.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il primo approccio fra Carlo ed il concilio avviene attraverso Malatesta I che si era attivato dopo l'elezione di Gregorio XII avvenuta il 2 dicembre 1406, ricevendo in premio il vitalizio del 1410. Mentre era capitano generale di Firenze, Malatesta I aveva avviato negoziati fra lo stesso Gregorio XII e l'antipapa Benedetto XIII (eletto nel 1394), entrambi deposti in contumacia a Pisa il 5 luglio 1409 e dichiarati «scismatici, eretici e notoriamente incorreggibili». Il loro posto, su iniziativa del cardinal Baldassarre Cossa, è preso il 20 giugno 1409 da Alessandro V (che scompare il 4 maggio 1410), detto «il papa greco» provenendo da Candia. Gli succede Giovanni XXIII il 17 maggio 1410.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 28 giugno 1410 l'antipapa Giovanni XXIII ricompensa Malatesta I dei danni subiti e delle spese fatte nei servizi ampi e fruttuosi prestati alla Chiesa durante il concilio di Pisa, «circa extirpationem detestabilis scismatis et consecutionem desideratissime unionis». E gli attribuisce «vita durante» la somma di seimila fiorini all'anno, cifra significativa se paragonata ai 1.200 del censo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Carlo Malatesti, pur avendo visto fallire la sua missione a Pisa con il rifiuto del trasferimento del concilio a Rimini, era tornato alla carica con un messaggio ai padri che però giunse quando essi erano già i conclave per scegliere «il papa greco». Carlo interviene ancora presso i cardinali convenuti a Bologna per le esequie di Alessandro V.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al nuovo papa Giovanni XXIII (quel Cossa con cui era stato riappacificato dal fratello Pandolfo III), Carlo scrive da Venezia prospettandogli vari progetti per addivenire alla riunione della Chiesa, prima di muovergli guerra nell'aprile 1411 come rettore della Romagna per ordine di Gregorio XII e con l'aiuto di Pandolfo III, al fine di «reperire pacem et unionem Sactae Matris Ecclesiae».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gregorio XII in una bolla del 20 aprile 1411 scrive che Carlo, «verae fidei propugnator», aveva giustamente deciso «se de mandato nostro movere, et pro defensione catholicae fidei, ac honore et statu, atque vera unione ac pace universali Ecclesiae».&lt;br /&gt;In dicembre a Carlo i veneziani, fedeli a Giovanni XXIII, affidano un esercito da guidare contro l'imperatore Sigismondo. Nell'agosto 1412, Carlo resta ferito e deve lasciare il comando al fratello Pandolfo III.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 24 dicembre 1412 Gregorio XII ritorna a Rimini da Carlo che nel frattempo ha invano tentato di costituire una lega a favore del papa.&lt;br /&gt;A Carlo all'inizio di gennaio 1413 i fiorentini spediscono un messo nella vana speranza di poter convincere Gregorio XII a rinunziare al pontificato convalidando così l'elezione di Giovanni XXIII, che il signore di Rimini invece considerava nulla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A novembre 1413 Pandolfo III, fratello di Carlo di Rimini e signore di Brescia e Bergamo, si reca a Cremona per rendere omaggio al re d'Ungheria ed a Giovanni XXIII. Con il re d'Ungheria, che aveva sottratto alla Serenissima i territori di Treviso, Udine, Cividale e Feltre, trattative erano state intavolate da Malatesta I. Al quale si rivolge Giovanni XXIII allo scopo di attirare dalla propria parte Carlo Malatesti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per consolidare la sua posizione, Giovanni XXIII convoca un altro concilio a Roma, invocando la protezione dell'imperatore Sigismondo. Il quale impone come sede la città di Costanza. Dove ritroviamo Carlo Malatesti. E dove Giovanni XXIII è dichiarato decaduto, per cui fugge nella notte fra il 20 ed il 21 aprile 1415.&lt;br /&gt;Sia a Pisa sia a Costanza, Carlo s'impone come mediatore fermo ma aperto alle altrui ragioni, oltre che sottile analista ed dotto polemista, mettendo in ombra ruolo e figura di Malatesta I. Il quale imita l'atteggiamento di Carlo a favore di Gregorio XII, ed abbandona Giovanni XXIII dimenticando il cospicuo vitalizio da lui ricevuto nel 1410.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il concilio di Costanza si apre solennemente il 5 novembre 1414. Il 13 maggio 1415 vi si legge la lettera scritta da Carlo a Brescia il 26 aprile come procuratore speciale di Gregorio XII «ad sacram unionem perficendam». Per ringraziamento Gregorio XII il 13 giugno da Montefiore Conca concede un vicariato decennale in alcuni castelli della Chiesa ravennate al fratello di Carlo, Andrea Malatesti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Carlo giunge a Costanza sabato 15 giugno. Il 16 si presenta all'imperatore Sigismondo, «significandogli la propria missione, e come fosse diretto a lui, non al Concilio, che Papa Gregorio non riconosceva». Nei giorni successivi Carlo visita i deputati delle singole nazioni, con particolari ricevimenti da parte di quelli italiani, inglesi, tedeschi e francesi ai quali illustra la sua funzione di incaricato «ad emettere semplicissima rinunzia a nome» di Gregorio XII. Aggiunge però «gli intendimenti suoi sulle formule da osservare» con richiami all'«autorità di scritture e Padri».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 16 giugno Carlo incontra anche Manuele II imperatore d'Oriente, che nel 1421 diventerà suocero di Cleofe, la sfortunata figlia di Malatesta I di Pesaro. Del matrimonio fra Cleofe e Teodoro Paleologo, forse concluso con la morte violenta della giovane, non hanno scritto la storia i contemporanei. A noi non è giunta nessuna narrazione utile a completare gli scarsi documenti sopravvissuti, tra cui quattro lettere della stessa Cleofe ad una sorella. Il velo dell'oblio può non essere casuale. Se ne dovrà riparlare in altra pagina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Costanza si trovano anche il patriarca di Costantinopoli Giovanni Rochetaillée [De Rupescissa], ed un arcidiacono bolognese nominato nel 1413 amministratore &lt;i&gt;loco episcopi&lt;/i&gt; della diocesi di Brescia, Pandolfo figlio di Malatesta I e fratello di Cleofe, che nel 1417 sarà presente nel conclave da cui esce eletto Martino V, e che nel 1424 sarà inviato come arcivescovo alla diocesi di Patrasso che dipendeva da Costantinopoli.&lt;br /&gt;Brescia, sia ripetuto &lt;i&gt;en passant&lt;/i&gt;, era governata da Pandolfo III di Rimini, fratello di Carlo. Dall'ottobre 1418 e sino al 1424 il pesarese Pandolfo è vescovo di Coutances in Normandia, nei duri momenti della conquista inglese nel corso della guerra dei cento anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 4 luglio 1415 Carlo legge la bolla di rinuncia di Gregorio XII (scritta a Rimini il 10 marzo), stando seduto al fianco dell'imperatore Sigismondo che presiede la sessione conciliare (XIV) intitolata «Sede Apostolica vacante», per sottolineare la svolta ai fini della chiusura dello scisma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 6 luglio a Costanza è bruciato vivo Giovanni Huss, seguace di Wycliff e capo di una rivolta autonomistica in Boemia che impensieriva Sigismondo. Huss era stato invitato con un salvacondotto dell'imperatore. Fu attirato nella trappola dai padri conciliari che, non paghi del rogo su cui era stato giustiziato, fecero riesumare le sue ceneri per disperderle al vento come ultimo oltraggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 15 luglio all'ormai ex Gregorio XII ritornato cardinal Angelo Correr, è conferita a vita la legazione della Marca d'Ancona. Ed in tal veste egli utilizzerà i buoni uffici e le armi di Carlo per riportare all'ordine la Chiesa di Recanati passata all'antipapa Giovanni XXIII (nel frattempo arrestato, dopo la fuga da Costanza). Angelo Correr muore a Recanati il 26 novembre 1417.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nello stesso anno a Costanza il 26 luglio è deposto Benedetto XIII per la seconda volta dopo Pisa. L'11 novembre l'elezione di Martino V, Oddone Colonna, pone fine allo scisma. Il fratello del nuovo papa è il padre di Vittoria Colonna che l'anno precedente è andata sposa a Carlo Malatesti di Pesaro, il fratello di Cleofe.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è illogico ipotizzare che il nome della fanciulla sia circolato a Costanza in quel summit politico-religioso in cui l'unità della Chiesa tanto invocata non poteva limitarsi soltanto alla risoluzione dello scisma d'Occidente ma doveva estendersi anche a quello d'Oriente, più antico, più complesso e, come gli sviluppi successivi avrebbero dimostrato, meno facile da affrontare e sanare. Nella prospettiva di un nuovo quadro dei rapporti tra Roma e Costantinopoli, forse fu progettato come fase propedeutica il doppio matrimonio fra i figli di Manuele e due fanciulle cattoliche, appunto Cleofe di Pesaro e Sofia del Monferrato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiuso il concilio di Costanza il 22 aprile 1418, Martino V torna in Italia. Il 12 ottobre è a Milano, verso il 20 va a Brescia da dove parte il 25 diretto a Mantova. Per difendere i territori della Chiesa, il papa ha altri contatti con i Malatesti di Rimini e Pesaro. I quali nel frattempo hanno ottenuto la liberazione di Galeazzo figlio di Malatesta I di Pesaro e Carlo di Rimini catturati il 12 luglio 1416 da Braccio di Montone (1368-1424).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per la loro liberazione, la moglie di Carlo, Elisabetta Gonzaga, si era appellata ai padri conciliari. Malatesta I ed il figlio Carlo di Pesaro avevano percorso tutte le possibili strade diplomatiche. Per il riscatto dei prigionieri alla fine dovettero intervenire il duca di Urbino, Guidantonio di Montefeltro e Gian Francesco Gonzaga. Guidantonio di Montefeltro era coinvolto dalla moglie Rengarda (sorella di Carlo il prigioniero) e dalla sorella Battista (moglie di Galeazzo, l'altro prigioniero). Gian Francesco Gonzaga era non soltanto figlio di Francesco Gonzaga (morto nel 1407 e fratello di Elisabetta moglie di Carlo di Rimini) e di Margherita Malatesti (+1399) sorella di Carlo, ma pure dal 1410 marito di Paola Malatesti sorella di Galeazzo e di Cleofe. &lt;i&gt;Ad abundantiam&lt;/i&gt;, si consideri che Anna di Montefeltro, sorella di Battista e di Guidantonio, era la vedova di Galeotto Belfiore di Cervia (+1400), fratello di Carlo di Rimini.&lt;br /&gt;Le ultime fasi della trattativa fra Braccio ed i Malatesti sono condotte da Pandolfo III di Brescia e Malatesta I di Pesaro. E ad accogliere il marito Galeazzo liberato (aprile 1417) si reca ad Iesi sua moglie Battista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando Martino V dunque nell'ottobre 1418 passa per Brescia, vi trova Pandolfo III come suo vicario, e quale amministratore &lt;i&gt;loco episcopi&lt;/i&gt; della diocesi Pandolfo figlio di Malatesta I e fratello di Cleofe.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella successiva tappa di Mantova dove arriva accompagnato da Pandolfo III, Martino V incontra Carlo di Rimini e la moglie Elisabetta. In giugno il papa ha chiesto a Carlo di appoggiare la lega che aveva formato con Napoli, ed un aiuto finanziario per pagare i soldati dello Stato della Chiesa. Carlo e Malatesta I hanno inviato un modesto contingente di soldati.&lt;br /&gt;A Mantova il discorso di Martino V tocca una nota dolente per i Malatesti, quella della precarietà dei loro possedimenti in Lombardia. È quasi un annuncio di quanto succederà il 24 febbraio 1421 con la fine della signoria bresciana. Nel luglio 1418 un inviato del papa a Brescia ha cercato di indurre Pandolfo III a stipulare la pace con Milano o in alternativa concordare una tregua di sei mesi. In ottobre, prima dell'arrivo di Martino V, Pandolfo III ha avvisato Venezia dell'imminente visita del pontefice per convincerlo alla pace con i Visconti. Da Venezia hanno risposto che Milano aveva affidato al papa la questione di Brescia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La riconciliazione fra Visconti e Malatesti avverrà nel febbraio 1419, con la promessa di Pandolfo III della restituzione di Bergamo e Brescia alla propria morte. Nel novembre 1419 Martino V lo esenta dal censo destinato alla Camera apostolica. L'anno successivo Pandolfo III rompe la tregua, ma assediato e stremato si arrende ricevendo in cambio 34 mila fiorini. Nel 1421 inutilmente Pandolfo e Carlo di Rimini, assieme al vescovo di questa città, supplicano Venezia di accogliere la donazione di Brescia ormai indifendibile dal Malatesti, e chiedono la concessione di un prestito di seimila ducati per assoldare a sostegno della loro causa addirittura quel Braccio di Montone che aveva fatto prigioniero Carlo di Rimini e Galeazzo di Pesaro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La successiva carriera di Pandolfo III vede la carica di capitano generale della Chiesa (1422) e di Firenze (1423). Il 4 ottobre 1427, egli è colto da malore a Fano dove muore a 57 anni. Si narra che fosse in pellegrinaggio a piedi da Rimini a Loreto, per invocare la guarigione dai malanni che lo affliggevano, aggravati dalle fresche nozze (12 giugno) con una giovane fanciulla, Margherita Anna dei conti Guidi di Poppi. Le cronache malatestiane costruiscono la scena della sua scomparsa, con lui «ben confesso e contrito» fra le braccia di frate Iacono della Marcha, noto per le sue predicazioni contro gli hussiti in Ungheria e gli eretici «fraticelli» d'ispirazione francescana nell'Italia centrale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nessuna delle tre spose legittime gli lasciò eredi. Altrettanti figli ebbe dalle sue concubine, Allegra dei Mori (Galeotto Roberto) ed Antonia da Barignano (Sigismondo Pandolfo e Domenico Malatesta Novello). Essi dopo la morte del padre passano sotto la tutela dello zio Carlo di Rimini che li fa legittimare dal papa Martino V nel 1428. Nello stesso anno Galeotto Roberto prende in moglie Margherita d'Este, figlia del signore di Ferrara.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ritorniamo a Mantova nell'ottobre 1418. Qui presso Martino V arriva pure Malatesta I. Il papa gli concede la rinnovazione della signoria di Pesaro e la sede vescovile di Coutances per suo figlio l'ecclesiastico Pandolfo, dal 22 marzo cappellano pontificio, con una rendita annuale di ottomila ducati. Poi giungono i coniugi Battista e Galeazzo di Pesaro. Lei, educata alle umane lettere, amate anche da suo padre Antonio conte di Urbino, si segnala per l'orazione gratulatoria che recita a Martino V.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A fine del novembre 1418 dal papa si reca Gian Francesco Gonzaga che l'11 gennaio successivo è creato duca di Spoleto. Nello stesso gennaio 1419 Martino V riceve anche Taddea di Pesaro, sorella di Cleofe e di Paola Malatesti moglie di Gian Francesco Gonzaga.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Martino V parte da Mantova per Roma il 30 gennaio 1419, e lungo il viaggio fa sosta a Ravenna. Nello stesso anno il papa nomina Guidantonio di Montefeltro, marito di Rengarda sorella di Carlo di Rimini, capitano generale contro Braccio di Montone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pacificata la Chiesa d'Occidente, il papa tenta di ripetere l'operazione con quella d'Oriente. Proprio nel 1419 avviene la scelta di Cleofe e di Sofia di Monferrato (destinata a Giovanni Paleologo, fratello dello sposo di Cleofe, e futuro basileo di Costantinopoli) che finiscono quali vittime sacrificali sull'altare di una «ragion di Stato» applicata alle questioni religiose. Ai Malatesti sembra di aver raggiunto la vetta della loro fama internazionale. Ma nel 1429 con la scomparsa di Carlo di Rimini (14 settembre), sino ad allora gran regista di tutti gli affari del casato, e di Malatesta I di Pesaro (19 dicembre), escono di scena i protagonisti di una stagione difficile ma con momenti indubbiamente esaltanti come la partecipazione al concilio di Costanza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(1 - continua)&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.webalice.it/antoniomontanari1/indici/malatesti.indice.html"&gt;&lt;b&gt;"Malatesti e Rimini", indice pagine&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.webalice.it/antoniomontanari1/indici/quantestorie.indice.html"&gt;&lt;b&gt;"Quante storie", indice pagine&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;p align="right"&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:85%;color:#0000ff;"&gt;&lt;b&gt;Antonio Montanari&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-4916476844138434146?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/4916476844138434146/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=4916476844138434146' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/4916476844138434146'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/4916476844138434146'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2008/09/il-quindicesimo-secolo-vede-rimini-ed-i.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-2778439420691589031</id><published>2008-04-29T09:38:00.001-07:00</published><updated>2008-04-29T09:40:17.482-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;hr style=";font-size:85%;color:red;"  &gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;center&gt;&lt;b&gt;il Rimino - Riministoria&lt;/b&gt;&lt;/center&gt;&lt;/span&gt;&lt;hr style=";font-size:85%;color:red;"  &gt;&lt;center&gt;&lt;table border="0" cols="1" width="100%"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;&lt;b&gt; BIBLIOTECA MALATESTIANA DI SAN FRANCESCO A RIMINI&lt;br /&gt;Notizie e documenti&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:85%;"  &gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:Verdana;font-size:85%;"  &gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;b&gt;1430.&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;Il progetto di costituire una biblioteca aperta al pubblico e utile soprattutto agli studenti poveri, è testimoniato nel 1430 per iniziativa di Galeotto Roberto Malatesti, che segue una intenzione dello zio Carlo (morto l'anno prima).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1432.&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;Breve di Eugenio IV del 15 febbraio, relativo alla fabbrica del convento di San Francesco (Turchini, &lt;i&gt;Tempio&lt;/i&gt;, p. 82). Forse si riferisce anche ai lavori necessari per realizzare la biblioteca voluta da Galeotto Roberto Malatesti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1455.&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;Entro questo anno Roberto Valturio completa il suo &lt;i&gt;De re militari&lt;/i&gt;, dove leggiamo dei «moltissimi volumi di libri sacri e profani, e di tutte le migliori discipline» donati alla biblioteca del convento di San Francesco. «Sono testi latini, greci, ebraici, caldei ed arabi che restano quali tracce del progetto di Sigismondo per diffondere una conoscenza aperta all'ascolto di tutte le voci, da Aristotele a Cicerone, da Aulo Gellio al Lucrezio del &lt;i&gt;De rerum natura&lt;/i&gt;, da Seneca a sant'Agostino, sino a Diogene Laerzio ed alle sue &lt;i&gt;Vitae&lt;/i&gt; degli antichi filosofi» (cfr. il mio &lt;i&gt;Sigismondo filosofo&lt;/i&gt;).&lt;br /&gt;Dunque nel 1455 la biblioteca del convento di San Francesco esisteva già. (Cfr. &lt;i&gt;infra&lt;/i&gt;,&lt;i&gt; sub&lt;/i&gt; 1475, per il testamento di Valturio a favore della stessa biblioteca.) Nel prologo del &lt;i&gt;De re militari&lt;/i&gt; (I, 1), Valturio ricorda che a lui ed a molti altri era stato affidato da Sigismondo l'incarico di procurargli i testi per le nuove biblioteche che il signore della città voleva realizzare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1475.&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;Testamento di Roberto Valturio che lascia la propria biblioteca alla «liberaria» (libreria) del convento dei frati di San Francesco di Rimini «ad usum studentium et aliorum fratrum et hominum civitatis Arimini», con la clausola che i frati facciano edificare «unan aliam liberariam in solario desuper actam ad dictum usum liberarie».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal documento (pubblicato per la prima volta da ANGELO BATTAGLINI nel 1794 in &lt;i&gt;Della corte letteraria di Sigismondo Pandolfo Malatesta&lt;/i&gt;), ricaviamo:&lt;br /&gt;1. Nel 1475 esiste già una «liberaria» del convento di San Francesco.&lt;br /&gt;2. Questa «liberaria» è posta al piano terreno.&lt;br /&gt;3. Essa «liberaria» (scrive A. Battaglini) era già diventata copiosa a spese di Sigismondo, ma giaceva «in piano a terra pregiudicevole a materiali sì fatti» (Battaglini, op. cit., p. 168).&lt;br /&gt;Il trasporto al piano superiore avviene nel 1490 (v. sotto &lt;i&gt;ad annum&lt;/i&gt;).&lt;br /&gt;Conclude Battaglini che Rimini «dovette dunque non meno a Sigismondo suo Principe, che al suo cittadino Roberto Valtùri [Valturio] l'acquisto fatto d'una pubblica Biblioteca» (Battaglini, op. cit., p. 170).&lt;br /&gt;Sigismondo, come ricorda per primo Valturio, dona alla biblioteca monastica francescana, progettata dallo zio Carlo Malatesti, «moltissimi volumi di libri sacri e profani, e di tutte le migliori discipline» [cfr. R. VALTURIO, &lt;i&gt;De re militari&lt;/i&gt;, XII, 13].&lt;br /&gt;Il &lt;i&gt;De re militari&lt;/i&gt; (come abbiamo già visto) fu concluso da Valturio nel 1455. Quindi il patrimonio librario donato da Sigismondo alla biblioteca francescana è anteriore allo stesso anno 1455.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1490.&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;L'iscrizione del 1490 (e non 1420 come in un primo tempo era stata letta), ricorda il &lt;b&gt;trasferimento&lt;/b&gt; della biblioteca francescana al piano superiore del convento da quello a terra, «pregiudicievole a materiali sì fatti» (Battaglini, op. cit., p. 169). Questa iscrizione è tuttora conservata nel Museo della Città di Rimini.&lt;br /&gt;Di questa iscrizione non è stata mai fornita sinora la corretta trascrizione. Infatti si è letto come «&lt;b&gt;sum&lt;/b&gt;» quanto va trascritto come «&lt;b&gt;summa&lt;/b&gt;».&lt;br /&gt;Il testo latino è questo: «Principe Pandulpho. Malatestae sanguine cretus, dum Galaotus erat spes patriaeque pater. Divi eloqui interpres, Baiote Ioannes, summa tua cura sita hoc biblioteca loco. 1490».&lt;br /&gt;Ecco la traduzione: «Sotto il principato di Pandolfo. Mentre Galeotto, nato dal sangue di Malatesta, era speranza e padre della Patria. Per tua somma cura, Giovanni Baioti teologo, la biblioteca è stata posta in questo luogo. 1490».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pandolfo IV&lt;/b&gt;, 1475-1534, è figlio di Roberto Novello (1442-1482), a sua volta figlio di Sigismondo (1417-68).&lt;br /&gt;Roberto è morto combattendo al servizio della Chiesa. Con lui era &lt;b&gt;Raimondo Malatesti&lt;/b&gt; (figlio di Almerico Malatesta e di Amabilia Castracani) che reca a Rimini la notizia della morte del signore della città.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Galeotto&lt;/b&gt; [Galeotto II Lodovico], figlio di Almerico Malatesta (e quindi fratello di Raimondo), è tutore di Pandolfo e governatore di Rimini.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Giovanni Baiotti&lt;/b&gt; da Lugo, frate francescano, è teologo e guardiano del convento di San Francesco.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Raimondo Malatesti&lt;/b&gt; il 6 marzo 1492 è ucciso dai nipoti Pandolfo e Gaspare, figli del fratello Galeotto II Lodovico ricordato nella lapide.&lt;br /&gt;Il delitto è considerato da Clementini all'origine di tutti i mali che affliggono successivamente Rimini, ovvero «il precipizio de' cittadini e l'esterminio de signori» Malatesti e della loro casa.&lt;br /&gt;Il 31 luglio 1492 Pandolfo e Gaspare, gli uccisori dello zio Raimondo, sono utilizzati dal padre Galeotto II Lodovico per una congiura contro lo stesso Pandolfo IV e la sua famiglia.&lt;br /&gt;A mandarla all'aria evitando una strage, ci pensa Violante Aldobrandini, seconda moglie dello stesso Galeotto Lodovico e sorella di Elisabetta, madre di Pandolfo IV.&lt;br /&gt;In casa di Elisabetta era stato ucciso Raimondo Malatesti quasi cinque mesi prima (il 6 marzo 1492).&lt;br /&gt;Nella stessa abitazione di Elisabetta è ammazzato Galeotto Lodovico, mentre suo figlio Pandolfo è tolto di mezzo in casa del signore di Rimini Pandolfo IV. Gaspare invece è arrestato, processato sommariamente e decapitato.&lt;br /&gt;Due mesi e mezzo dopo la congiura fallita e la morte dei suoi ideatori, Violante convola a nuove nozze. Violante era la matrigna di Gaspare e Pandolfo, figli della prima moglie di Galeotto Lodovico, Raffaella da Barbiano.&lt;br /&gt;Pandolfo di Galeotto Lodovico a sua volta ebbe quattro figli (Carlo, Malatesta, Raffaella, Laura) perdonati da Pandolfo IV a testimonianza della sua volontà di pacificazione all'interno della famiglia e della città.&lt;br /&gt;Dal 1492 per circa un secolo, gli omicidi politici che abbiamo registrato, continueranno «a far calare sangue», come acutamente osserva Rosita Copioli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1560.&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;La biblioteca era costituita da due file di plutei di venti elementi ciascuna. “Circa” centocinquanta opere sono nella prima fila, “circa” centoventitre nella seconda. Ovvero “circa” &lt;b&gt;273 opere&lt;/b&gt; in tutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questi dati risultano da un inventario del 1560 (p. 346) conservato a Perugia e pubblicato nel 1901 da Giuseppe Mazzatinti in un saggio intitolato La biblioteca di San Francesco (Tempio malatestiano) di Rimini, contenuto nel volume «Scritti vari di Filologia» apparso a Roma presso Forzani, Tipografi del Senato, pp. 345-352.&lt;br /&gt;Il saggio di Mazzatinti è datato «Forlì, agosto 1901».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1511.&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;Ricordandoci attentamente di questo inventario del &lt;b&gt;1560&lt;/b&gt;, prendiamo in considerazione una notizia relativa al &lt;b&gt;1511&lt;/b&gt;, e contenuta in un testo ms. di padre &lt;b&gt;Francesco Antonio Righini&lt;/b&gt; (SC-MS 372, "Miscellanea Scriptorum...", c. 284r, Biblioteca Gambalunga di Rimini).&lt;br /&gt;Righini scrive: dai libri conventuali di San Francesco risulta che &lt;b&gt;la biblioteca era stata trasferita a Roma&lt;/b&gt; «sic jubente Pontefice».&lt;br /&gt;Righini precisa l'anno (appunto il &lt;b&gt;1511&lt;/b&gt;), citando un testo di Paride Grassi relativo al soggiorno riminese presso i francescani del papa stesso, Giulio II.&lt;br /&gt;(Il testo di Grassi, cerimoniere pontificio, è stato pubblicato nel 1886, &lt;i&gt;Le due spedizioni militari di Giulio II&lt;/i&gt;, in «Documenti e Studi» della Deputazione di Storia Patria per le province di Romagna, I).&lt;br /&gt;Il passo di Righini &lt;b&gt;forse&lt;/b&gt; allude ad un trasferimento &lt;b&gt;parziale&lt;/b&gt; della biblioteca francescana, dato appunto che nel 1560 la essa era costituita da due file di plutei di venti elementi ciascuna per un totale di “circa” 273 opere.&lt;br /&gt;Padre Righini è passato alla storia con la fama di falsario per una storia legata alla beata Chiara da Rimini. Inventò la scoperta d'un manoscritto datato 1362. I raggi ultravioletti hanno consentito di leggervi una data raschiata («14 agosto 1685») che svela il suo trucco.&lt;br /&gt;Nel 1514 è distrutta la biblioteca malatestiana di Pesaro. Risulta dispersa anche quella di Brescia L'unica che resta è quindi quella di Cesena (v. &lt;i&gt;infra&lt;/i&gt;).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;XVII secolo.&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;Nel &lt;i&gt;Sito riminese&lt;/i&gt; di &lt;b&gt;Raffaele Adimari&lt;/b&gt;, che esce a Brescia nel 1616, si legge (I, p. 72) che presso il convento francescano dei Conventuali esisteva una «sontuosa, et buona libreria».&lt;br /&gt;All'inizio del secolo XVII, precisa Antonio Bianchi (&lt;i&gt;Storia di Rimino dalle origini al 1832&lt;/i&gt;, Rimini 1997, a cura di Antonio Montanari, p. 146), «della preziosa libreria, che i Malatesti, per conservarla ad utile pubblico, avevano dato in custodia ai frati di San Francesco», restano soltanto &lt;b&gt;quattrocento volumi&lt;/b&gt; per la maggior parte manoscritti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo «rimasuglio» di &lt;b&gt;quattrocento volumi&lt;/b&gt; (in realtà molto meno, &lt;b&gt;“circa” 273&lt;/b&gt;, visto l'inventario del 1560), va perduto secondo monsignor &lt;b&gt;Giacomo Villani&lt;/b&gt; (1605-1690), perché quelle carte preziose finiscono in mano ai &lt;b&gt;salumai&lt;/b&gt; («deinde in manus salsamentariorum mea aetate pervenisse satis constat»).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Federico Sartoni&lt;/b&gt; (1730-1786), come riferisce Luigi Tonini (&lt;i&gt;Rimini dopo il Mille&lt;/i&gt;, p. 94), sostiene invece che i frati &lt;b&gt;vendettero la libreria alla famiglia romana dei Cesi&lt;/b&gt;, alla quale appartengono i fratelli Angelo (vescovo di Rimini dal 1627 al 1646) e Federico, fondatore dell'Accademia dei Lincei nel 1603.&lt;br /&gt;Il manoscritto di Sartoni è in BGR, Sc-Ms.1136: SARTONI, FEDERICO COSIMO, &lt;i&gt;Copia di uno zibaldone mss. che era in Casa Sartoni ed ora posseduto dal N. U. Signor Domenico Mattioli, contenente memorie ed avvertimenti per la storia di Rimini&lt;/i&gt;... Sta in: TONINI, LUIGI: [Cronache riminesi...] (cc. 222-97). La parte che qui interessa è alle cc. 49-50.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;XVIII secolo.&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;Il convento di San Francesco è ristrutturato ampiamente, come documenta il ms. AB 51, relativo alle spese fatte «per la Fabrica del Convento (&lt;b&gt;1762-1764&lt;/b&gt;)», conservato in Archivio di Stato di Rimini, Fondo Congregazioni soppresse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;CONCLUSIONI.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;1. &lt;b&gt;Francesco Gaetano Battaglini&lt;/b&gt; nelle sue &lt;i&gt;Memorie&lt;/i&gt; sulla storia riminese (1789, p. 281) scrive che nel 1490 avvenne il trasporto della «celebre» biblioteca francescana «a più conveniente luogo», secondo le disposizioni di Valturio.&lt;br /&gt;In precedenza, aggiungeva Battaglini, la biblioteca francescana era stata «arricchita di codici da Sigismondo, ed accresciuta dalla suppellettile libraria» dello stesso Valturio. (Questo passo è riprodotto da Luigi Tonini nella &lt;i&gt;Storia di Rimini&lt;/i&gt;, III, p. 321.)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2. &lt;b&gt;L'archivio comunale e la biblioteca.&lt;/b&gt; Già dall'età comunale, «apud locum fratrum minorum» (cioè nello stesso convento francescano) si trovava &lt;b&gt;l'archivio comunale&lt;/b&gt; (F. G. Battaglini, p. 44). Questo luogo dell'archivio è definito a metà del XV sec. come «sacristia Communis Arimini in Conventu Sancti Francisci» (F. G. Battaglini, ibid.)&lt;br /&gt;La presenza del &lt;b&gt;pubblico archivio&lt;/b&gt; nella sede conventuale, documenta un particolare ed antico rapporto fra l'amministrazione cittadina ed i padri della chiesa di San Francesco, ben anteriore alla nascita di quella «celebre» &lt;b&gt;biblioteca&lt;/b&gt; che, anche secondo Battaglini, essendo stata arricchita da Si gismondo, esiste quindi quando questi governa Rimini: dal &lt;b&gt;1430&lt;/b&gt; assieme ai fratelli Galeotto Roberto (che scompare il 10 ottobre 1432) e Domenico Malatesta Novello; e dal &lt;b&gt;1433&lt;/b&gt; da solo (mentre Novello diviene signore di Cesena).&lt;br /&gt;Circa l'archivio, da altra fonte (una cronaca del &lt;b&gt;1532&lt;/b&gt; firmata da padre Alessandro da Rimini e pubblicata nel secolo scorso [1915-16, 1921] da padre &lt;b&gt;Gregorio Giovanardi&lt;/b&gt;), ricaviamo:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;a) al tempo di papa Paolo II (1464-71) va a fuoco la sagrestia della chiesa di san Francesco con perdita di mss. «antichissimi ed importantissimi» (si ricordi quanto riportato in F. G. Battaglini circa «sacristia Communis Arimini in Conventu Sancti Francisci»;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;b) il resto dell'archivio, verso il 1528, è dichiarato a Roma da papa Clemente VII (1523-34).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In un testo del 1616, il &lt;i&gt;Sito riminese&lt;/i&gt; di Raffaele Adimari (II, pp. 59-60) leggiamo: nel &lt;b&gt;1528&lt;/b&gt;, dopo la cacciata dell'ultimo Malatesti il 17 giugno con il conseguente passaggio definitivo alla Santa Sede, l'archivio e la cancelleria della città (posti in San Francesco) subirono un assalto.&lt;br /&gt;Con lo stesso furore con cui aveva cercato di danneggiare il Tempio (difeso dalla nobiltà), «la plebe, che sempre desidera cose nuove» asporta «dall'archivio, e Cancellarie, libri, e scritture» bruciati sulla piazza della fontana. Una gran parte di quei documenti fu però salvata «dal furore plebeo» e posta «in due stancie del Monastero di San Francesco, sotto buone chiavi».&lt;br /&gt;La vicenda ha un'appendice: «andando la cosa alla longa, alcuni Frati ansiosi di vedere, che cosa fosse là dentro, scopersero il tetto per entrar dentro dette stancie, e tolsero molte delle dette scritture, le quali furono conosciute per la Città: al fin poi quando se determinò di liberar dette stancie, poco n'erano rimase, le quali restorono in poter delli detti Rev. Padri di quel tempo, alla venuta poi della F. M. di Papa Clemente Ottavo, havendone notitia non sò come le fece levare impiendone due sacchi e mandolle a Roma […] Et perciò la nostra Città, per tal causa fù priva di molte scritture importanti, e honorate […]».&lt;br /&gt;Adimari parla di Clemente VIII (1592-1605) e non di Clemente VII (1523-34) come padre Giovanardi che si rifà alla cronaca del 1532.&lt;br /&gt;Clemente VIII passò per Rimini nel 1598 (Tonini, VI, 1, p. 382). Cioè settant'anni esatti dopo l'assalto popolare all'archivio di cui parla Adimari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3. &lt;b&gt;Augusto Campana&lt;/b&gt; [1931] nel celebre studio sulle biblioteche italiane, scrive al proposito della presenza dei padri francescani nella biblioteca malatestiana: «È possibile, ma è prudente darlo solo come &lt;b&gt;possibile&lt;/b&gt;, “che questa libreria - per servirmi delle parole del Massèra - fosse affidata ai frati di San Francesco”». Prosegue Campana: «Ad ogni modo presso di quelli, &lt;b&gt;verso la metà del quattrocento&lt;/b&gt;, dovette stabilirsi una &lt;b&gt;notevole raccolta di libri&lt;/b&gt;», poi arricchita da Sigismondo (v. sopra).&lt;br /&gt;Quindi &lt;b&gt;Campana non mette&lt;/b&gt; in dubbio l'esistenza di una pubblica biblioteca malatestiana «ad communem usum pauperum et aliorum studentium», ma segnala che è prudente (seguendo Massèra) considerare possibile una sua gestione da parte dei frati.&lt;br /&gt;Il che però &lt;b&gt;contrasta&lt;/b&gt; fortemente con il testamento di Valturio del 1475 che si rivolge direttamente a quei frati. Se non l'avessero gestita loro, Valturio non avrebbe scritto quanto leggiamo nelle sue volontà (in ben tre stesure), dove sempre si parla della «libreria del convento dei frati di San Francesco».&lt;br /&gt;Le carte d'archivio parlano chiaramente, e fanno &lt;b&gt;decadere&lt;/b&gt; l'osservazione di Massèra e la conseguente cautela di Campana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4. &lt;b&gt;Massèra.&lt;/b&gt; Riporto il testo integrale di &lt;b&gt;Massèra&lt;/b&gt; dal saggio sulla Gambalunga contenuto in «Accademie e Biblioteche d'Italia», 1928, VI, p. 27: «È probabile che questa libreria fosse affidata ai frati di San Francesco, il cui convento era attiguo alla chiesa» poi divenuta il Tempio malatestiano. «Appunto fu Sigismondo ad arricchire la biblioteca dei Conventuali di moltissimi volumi», come attesta Valturio etc.&lt;br /&gt;Poi Massèra scrive che la lapide «tuttora esistente» attesta «che la sistemazione desiderata ebbe luogo o termine», essendo guardiano Giovanni Baiotti da Lugo.&lt;br /&gt;A p. 29 Massèra incolpa i Conventuali riminesi d'aver lasciato «disperdere le ricchezze raccolte».&lt;br /&gt;I frati vendettero liberamente la libreria alla famiglia romana dei Cesi, come pare sostenere Sartoni?&lt;br /&gt;Forse essi furono costretti non dico dal vescovo romano, ma dalle loro misere condizioni (che risultano da molti documenti conservati in Archivio di Stato di Rimini).&lt;br /&gt;Certo è che Massèra &lt;b&gt;non conosceva&lt;/b&gt; la notizia di Righini del 1511 (la biblioteca era stata trasferita a Roma «sic jubente Pontefice»).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;5. &lt;b&gt;Prima di Cesena&lt;/b&gt;. Se la biblioteca Gambalunga (1619) è la terza in Italia ad essere pubblica dopo l'Ambrosiana di Milano (1609) e l'Angelica di Roma (1614), a quella riminese di Francescani e Malatesti del XV secolo &lt;b&gt;spetterebbe&lt;/b&gt; il merito di essere stata la prima in assoluto ad &lt;b&gt;essere pubblica&lt;/b&gt;, partendo dal documento del 1430. E di essere sorta anteriormente a quella di Cesena che infatti, si apre soltanto nel 1452 (v. sotto, la scheda «TRA RIMINI E CESENA»).&lt;br /&gt;La Gambalunga, va aggiunto, è la prima in Italia ad essere «&lt;b&gt;civica&lt;/b&gt;» (cioè del Comune).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TRA RIMINI E CESENA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I rapporti intercorsi tra Rimini e Cesena a metà Quattrocento, sono documentabili attraverso due edizioni della &lt;i&gt;Naturalis Historia&lt;/i&gt; di Plinio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1. Il Plinio di Jacopo della Pergola (1446)&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;La prima, completata da Jacopo della Pergola a Rimini l'11 ottobre 1446, è stata voluta (secondo Raimondo Zazzeri, 1887) da &lt;b&gt;Sigismondo&lt;/b&gt;&lt;b&gt;Pandolfo&lt;/b&gt; Malatesti. Il quale poi la donò al fratello &lt;b&gt;Malatesta Novello&lt;/b&gt; che la fece inserire nella biblioteca cesenate (S. XI. I).&lt;br /&gt;Questa notizia di Zazzeri è stata smentita da &lt;b&gt;Enza Savino&lt;/b&gt; (&lt;i&gt;I due Plinii Naturalis historia della Malatestiana&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;Libraria Domini. I manoscritti della Biblioteca Malatestiana: testi e decorazioni&lt;/i&gt;, a cura di a cura di Fabrizio Lollini e Piero Lucchi, Bologna, Grafis, 1995, pp. 103-114), soltanto in base al «fatto che Sigismondo Pandolfo, secondo l'immagine consegnata dalla storiografia locale, non coltivò interessi da bibliofilo né tanto meno da bibliografo con la stessa costanza e passione del fratello».&lt;br /&gt;L'immagine che &lt;b&gt;Enza Savino&lt;/b&gt; riprende di Sigismondo «dalla storiografia locale», è tutto all'opposto della realtà. Abbiamo già visto che Sigismondo, come scrisse &lt;b&gt;Valturio &lt;/b&gt;&lt;i&gt;ante&lt;/i&gt; 1455, dona alla biblioteca francescana «moltissimi volumi di libri sacri e profani, e di tutte le migliori discipline». (Sono quei testi latini, greci, ebraici, caldei ed arabi ai quali abbiamo già accennato: cfr. il mio cit. &lt;i&gt;Sigismondo filosofo umanista&lt;/i&gt;).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non interessa stabilire, cosa del resto difficile se non impossibile, se veramente il ms. S. XI. I sia stato ordinato ad Jacopo della Pergola da Sigismondo. Il dato certo è che esso è stato lavorato a &lt;b&gt;Rimini&lt;/b&gt; e che esso poi è finito a &lt;b&gt;Cesena&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;Augusto Campana [1931] ricorda che Jacopo lavorò sia a Rimini sia a Fano. Il che gli suggerisce questa importante conclusione: è possibile supporre che i copisti «fossero scambiati, al bisogno, tra il Signore di &lt;b&gt;Cesena&lt;/b&gt; e quello di &lt;b&gt;Rimini&lt;/b&gt;».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sulla stessa linea della Savino si pongono alcune parti degli studi di &lt;b&gt;Donatella Frioli&lt;/b&gt;: cfr. ad esempio il suo &lt;i&gt;Cultura e scrittura&lt;/i&gt;, in «Medioevo fantastico e cortese». Qui di positivo c'è l'affermazione di una produzione locale «vistosamente proiettata all'esterno», cioè al di fuori del «ristretto ambito locale».&lt;br /&gt;Ma di negativo troviamo una conclusione terribilmente inconsistente della «cifra umanistica» usata da Sigismondo come «strumento di autoaffermazione».&lt;br /&gt;In altro lavoro, l'autrice afferma che Sigismondo fu «tanto interessato ad arricchire e 'dotare' la &lt;i&gt;libraria&lt;/i&gt; francescana quanto noncurante per il prestigio della propria raccolta». Questo «noncurante» nasce dal fatto che non si è compreso un dato basilare della figura di Sigismondo, il quale proietta tutto se stesso nel Tempio (da un canto) e nei testi donati alla biblioteca francescana (dall'altro). È in essa che lascia il suo segno intellettuale. Non ha nessun senso paragonare l'inventario della biblioteca monastica con quella privata del castello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;2. Il Plinio di Francesco da Figline (1451)&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;L'altra &lt;i&gt;Naturalis Historia&lt;/i&gt; cesenate (S. XXIV. 5), è opera di Francesco da Figline commissionatagli dal medico riminese Giovanni di Marco («Scriptus et completus per me fratrem Franciscum de Fighino ordinis minorum pro egregio ac prestantissimo artium et medicine doctore Iohanne Marci de Arimino 1451 die 10 maii»).&lt;br /&gt;Fu lasciata in testamento alla biblioteca cesenate nel 1474 dallo stesso Giovanni di Marco, in precedenza medico personale di Malatesta Novello.&lt;br /&gt;Nel 1451 la Malatestiana cesenate non era ancora completata. Lo sarà l'anno successivo (la biblioteca fu compiuta nel 1452: «MCCCCLII / &lt;i&gt;Matheus Nutius fanensi ex urbe creatus, / Dedalus alter, opus tantum deduxit ad unguem&lt;/i&gt;», cfr. Campana).&lt;br /&gt;Quindi Francesco da Figline non era ancora nella città di Novello che poi lo nomina primo bibliotecario della Malatestiana. Ma era ancora a Rimini. Dove lavora (anche) per Giovanni di Marco il quale come medico era attivo sia a Rimini sia a Cesena.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su Francesco da Figline, cfr. P. G. FABBRI, &lt;i&gt;La società cesenate nell'età di Malatesta Novello Malatesti&lt;/i&gt;, Cesena 2000, p. 107: «Malatesta Novello nominò Francesco da Figline suo personale cappellano e si può perfino credere che l'avesse fatto venire appositamente presso il convento cesenate, perché informato delle sue doti di studioso e di copista».&lt;br /&gt;Francesco da Figline è uno di quegli «uomini» di cui Fabbri parla anche nelle pp. precedenti, e di cui dice (immediatamente prima della cit. riportata), che essi «venivano dai luoghi malatestiani della Romagna, delle Marche e dalla Toscana, dove i Malatesti erano soliti reclutare i propri ufficiali» (p. 107).&lt;br /&gt;Dunque se è possibile «perfino credere che l'avesse fatto venire appositamente presso il convento cesenate», dev'essere altrettanto possibile «perfino credere» che Francesco da Figline provenisse da quella Rimini dove abitava Giovanni di Marco che commissiona al frate il Plinio del 1451.&lt;br /&gt;Anzi potrebbe esser stato lo stesso medico Giovanni di Marco a metter in contatto Francesco da Figline con Malatesta Novello direttamente o attraverso Sigismondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I due manoscritti di &lt;b&gt;Plinio&lt;/b&gt; documentano dunque un'intesa attività 'libraria' riminese dopo il &lt;b&gt;1430&lt;/b&gt; e prima del &lt;b&gt;1452&lt;/b&gt; (apertura della biblioteca di Cesena).&lt;br /&gt;Questa attività è facilmente collegabile alla esistenza della &lt;b&gt;biblioteca &lt;/b&gt;dei Malatesti presso il convento di San Francesco di &lt;b&gt;Rimini&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;Per quel lasso di tempo i documenti si trovano, se non ci si dimentica di interpretare correttamente quelli che esistono già, come appunto i lavori 'riminesi' di Jacopo della Pergola (1446) e di Francesco da Figline (1451).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;APPENDICE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;Convento di San Francesco&lt;br /&gt;Inventario 1736-53. AB 155 ASRimini, Congregazioni soppresse&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Indice&lt;/i&gt;, p. 71.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pag. 120, «Inventario delle supellettili esistenti nella libraria del Convento, fatto il dì 30 Ottobre 1753 dal M. R. P. Maestro Caffarelli (1) Guardiano».&lt;br /&gt;Le suppellettili elencate sono:&lt;br /&gt;1. Varie scanzie di abeto attorno alla Camera.&lt;br /&gt;2. Un armadietto di abeto con chiave.&lt;br /&gt;3. Una tavola longa in mezzo di abeto.&lt;br /&gt;4. Uno scanno di abeto.&lt;br /&gt;5. Due sedie di corame con bracci di noce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'&lt;i&gt;Inventario&lt;/i&gt; poi registra due camere prossime alla Libraria:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1. pag. 88 (25 gennaio 1753): «Camera assegnata ad uso di Forasteria, contigua alla Libraria».&lt;br /&gt;2. pag. 103 (19 ottobre 1753): «Camera assegnata ad uso di forasteria, prossima alla Libraria».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esiste poi una «Camera detta dell'Archivio» (30 ottobre 1753, p. 114) con «un armario grande d'abeto coi suoi sportelli», ed «un armario più piccolo d'abeto verniciato», oltre a «Due scanzie una grande l'altra piccola».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Forse non ha nessun significato la data del 30 ottobre 1753 presente nei due inventari, quello della Libraria (p. 120) e quello dell'Archivio (p. 114).&lt;br /&gt;Ma se immaginiamo che la successione cronologica degli inventari significhi anche la vicinanza fisica dei due luoghi esaminati, possiamo ricavarne una ipotesi. Che il locale dell'antica biblioteca francescana quattrocentesca (dal 1490 al piano superiore) fosse stato smembrato in quattro stanze: Libraria, Archivio e le due camere «ad uso di Forasteria», una contigua ed una prossima alla Libraria stessa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(1) Altrove «Giuseppe Caffarelli».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Aggiornamento, 29-04-2008&lt;/b&gt; 16:37&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);font-family:Verdana;font-size:85%;"  &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;p align="right"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 128);font-family:verdana;font-size:85%;"  &gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);font-family:Verdana;font-size:85%;"  &gt;&lt;b&gt;Antonio Montanari&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;hr color="blue" size="1"&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;hr color="red" size="2"&gt;&lt;/center&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-2778439420691589031?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/2778439420691589031/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=2778439420691589031' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/2778439420691589031'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/2778439420691589031'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2008/04/rimini-biblioteca-malatestiana-di-san.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-3363102489699778801</id><published>2007-12-26T08:58:00.001-08:00</published><updated>2007-12-26T08:58:50.674-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a onclick="window.open(this.href, '_blank', 'width=211,height=236,scrollbars=no,resizable=no,toolbar=no,directories=no,location=no,menubar=no,status=no,left=0,top=0'); return false" href="http://antoniomontanarinozzoli.blog.lastampa.it/.shared/image.html?/photos/uncategorized/2007/12/24/piffero.jpg"&gt;&lt;img src="http://antoniomontanarinozzoli.blog.lastampa.it/antoniomontanari/images/2007/12/24/piffero.jpg" title="Piffero" alt="Piffero" style="margin: 0px 5px 5px 0px; float: left;" border="0" height="236" width="211" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 51, 0);font-size:130%;" &gt;&lt;strong&gt;Potete scaricare il mio testo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Anni Cinquanta&lt;br /&gt;I giorni della ricostruzione&lt;br /&gt;visti da un bambino.&lt;br /&gt;1948-1953&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;pubblicato nel 1995, &lt;a href="http://amontanari.idoo.com/libri/anni50.pdf"&gt;cliccando qui&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Auguri di un felice 2008 e buona lettura.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-3363102489699778801?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/3363102489699778801/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=3363102489699778801' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/3363102489699778801'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/3363102489699778801'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2007/12/potete-scaricare-il-mio-testo-anni.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-7884974299011216698</id><published>2007-10-28T09:06:00.000-07:00</published><updated>2007-10-28T09:06:48.832-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;p&gt;&lt;span style="font-size: 1.2em;color: #cc0000;"&gt;«L'heretico non entri in fiera»&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Società, economia e questione ebraica a Rimini nei secoli XVII e XVIII.&lt;br /&gt;Documenti inediti&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;[Sintesi della comunicazione di Antonio Montanari, Rimini, Studi Romagnoli, 28.10.2007]&lt;/span&gt;&lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: 1.2em;color: #000080;"&gt;&lt;p align="justify"&gt; La questione ebraica a Rimini tra 1600 e 1700 ripropone aspetti specifici già presenti in età precedente: l'alternanza di acute tensioni e di condizioni favorevoli.&lt;br /&gt;Il 10 giugno 1432 Galeotto Roberto Malatesti ha ottenuto da papa Eugenio IV un «breve» che imponeva agli ebrei riminesi il «segno» di distinzione obbligatorio.&lt;br /&gt;Il «segno» era stato introdotto nel 1215 dal IV concilio lateranense sotto Innocenzo III: una rotella di stoffa gialla da portare cucita sulla parte sinistra del petto.&lt;br /&gt;Due assalti ai loro banchi avvengono nel 1429 e nel 1503.&lt;br /&gt;Finita la dominazione malatestiana nel 1509, agli ebrei nel 1510 è concessa l'autorizzazione a «facere bancum imprestitorum», cioè di svolgere legalmente attività finanziaria.&lt;br /&gt;Nel 1515 succede l'episodio che meglio riassume i caratteri della questione ebraica a Rimini.&lt;br /&gt;Il 13 aprile 1515 il Consiglio generale della città prende atto che a Rimini gli ebrei sono visti «ut inimicos», ed approva all'unanimità tre provvedimenti:&lt;br /&gt;1. chiedere licenza al papa di bandirli;&lt;br /&gt;2. far loro pagare le spese per i soldati a piedi ed a cavallo «qui condotti, e trattenuti per guardia de gli Ebrei» medesimi; &lt;br /&gt;3. stabilire «che nell'avvenire volendo detti Ebrei continuare l'habitatione in questa Città, portassero il capello, o la beretta gialla».&lt;br /&gt;Gli ordini del segno distintivo restano disattesi se nel 1519, dietro istanza di frate Orso dei Minori di San Francesco, essi sono ripetuti, in obbedienza anche ai decreti del 1215.&lt;br /&gt;Gli ebrei richiedono di non essere costretti alla berretta od alla benda gialle, ma di poter recare semplicemente un segnale sul mantello: la «rotella» di cui s'è detto.&lt;br /&gt;La città ricorre al papa, «da cui fu commandato, o che quelli partissero da Rimini, overo obbedissero alla Città» stessa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I soldati usati nel 1515 «per guardia de gli Ebrei», sono forse parte dei 600 armati già impiegati nel 1510 per volere del papa, a causa di risse e disordini politici locali. &lt;br /&gt;Oppure sono i «nuovi fanti» giunti nel febbraio 1513 «per la custodia della città», afflitta da continue violenze.&lt;br /&gt;Oppure sono le guardie destinate frenare i «faziosi» del contado (maggio 1513), per le quali è creata una nuova tassa. &lt;br /&gt;Carlo Tonini scrisse che nel 1515 Rimini «era in tumulto per cagione degli Ebrei». È un'affermazione priva di fondamento. Non ci fu nessun tumulto «degli Ebrei», ma semmai «contro» di loro. La gente li considerava (scrive Tonini), «quali nemici della Religione e promotori di scandali». («Ut inimicos» abbiamo letto nel verbale del Consiglio generale sotto la data del 13 aprile.)&lt;br /&gt;Nel 1515 si vuol semplicemente far pagare alla comunità ebraica la spesa militare degli ultimi cinque anni, fatta però non per colpa sua. In quell'anno, come osserva lo stesso Carlo Tonini, «fra gli altri mali eravi quello, di tutti forse peggiore, della mancanza di pecunia».&lt;br /&gt;La questione ebraica a Rimini nel 1515 si sovrappone perfettamente con il clima di guerra civile provocato, dopo la morte di Sigismondo Pandolfo Malatesti (1468), dalle due fazioni in lotta.&lt;br /&gt;Nel luglio 1512, con la vana speranza di pacificare la città, si sono istituiti i «signori Venti di Giustizia», attribuendogli «facoltà assoluta di punire, e condannare». Ma neppure essi, sul finire dello stesso 1512, hanno potuto evitare l'uccisione di Vincenzo Diotallevi.&lt;br /&gt;È uno dei tanti delitti politici che si susseguono dal 1470. Delitti che, come ha osservato Rosita Copioli, continueranno «a far colare sangue» per un secolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1540 la Municipalità è costretta ad intervenire per difendere gli ebrei, con l'intimazione ai cristiani di non colpire gli usci e le finestre delle loro case.&lt;br /&gt;Il 22 luglio 1548 il Consiglio generale obbliga gli ebrei riminesi a non abitare fuori delle tre contrade dove si trovavano.&lt;br /&gt;Si anticipa così il provvedimento di papa Paolo IV che il 17 luglio 1555 istituirà il ghetto in tutto lo Stato della Chiesa, secondo il modello realizzato nel 1516 dalla Repubblica di Venezia.&lt;br /&gt;Il 27 marzo 1549 agli ebrei di Rimini è imposta una contribuzione straordinaria per il «Sacro Monte della Pietà», nato nel 1501 proprio per fare concorrenza ai prestatori israeliti. Al «Monte» però gli ebrei riminesi non possono accedere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le norme discriminatorie dettate da Paolo IV contro gli ebrei nel 1555, sono attenuate nel 1562 da Pio IV.&lt;br /&gt;Nel 1569 Pio V dà il bando agli ebrei da tutte le sue terre entro tre mesi, ad eccezione di Roma e d'Ancona, con la «bolla» &lt;em&gt;Hebraeorum gens sola&lt;/em&gt;, anticipata nel 1566 dalla &lt;em&gt;Romanus Pontifex&lt;/em&gt; di Pio V.&lt;br /&gt;Rimini va controcorrente. Il 9 dicembre 1586 il Consiglio generale autorizza a risiedere nel ghetto cittadino gli ebrei titolari di licenza per abitare nello Stato della Chiesa.&lt;br /&gt;Il 22 dicembre 1586 gli ebrei chiedono al Consiglio di poter continuare a vivere «familiariter» al di fuori del ghetto, dove si rifiutano di permanere. Non ricevono risposta, a quanto risulta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Soltanto il 19 settembre 1590 in Consiglio è presentata la proposta di approntare gli strumenti giuridici per cacciare dalla città gli ebrei che non l'avevano ancora abbandonata, e che sono equiparati a «vagabondi e forestieri».&lt;br /&gt;Approvata a larghissima maggioranza, la decisione è destinata a restare senza risultato, grazie ad una aggiunta secondo cui l'espulsione sarebbe avvenuta nel «caso si potesse e vi fosse &lt;em&gt;Motu proprio&lt;/em&gt; o &lt;em&gt;Breve&lt;/em&gt; pontificio». Gli ordini papali c'erano già (bando del 1569).&lt;br /&gt;Nel 1593 Clemente VIII (1592-1605) delibera l'espulsione definitiva degli ebrei dallo Stato della Chiesa, fatta di nuovo eccezione per Roma ed Ancona (come nel bando del 1569).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo il 1593 dunque a Rimini non dovrebbe esserci più alcun ebreo. Ma non è così. Nel 1615 una rivolta popolare distrugge il loro ghetto posto «in Via S. Andrea o S. Onofrio».&lt;br /&gt;La rivolta popolare è favorita (se non promossa) dall'atteggiamento della Chiesa locale e di alcuni nobili. Tra i quali figura un personaggio di spicco nella vita curiale e politica romana, Giovanni Galeazzo Belmonti, vice gran priore dell'Ordine militare di Santo Stefano.&lt;br /&gt;Nel 1624 Roma proibisce agli ebrei il domicilio nello Stato ecclesiastico, ma non il soggiorno in qualsiasi luogo o città «per occasioni di mercantie», secondo la regola introdotta da Clemente VIII per periodi massimi di tre o quattro giorni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 15 maggio 1656 a Rimini un «Gentilhuomo Hebreo di questa Città» (forse un componente della famiglia Gentilomo, attestata a Pesaro), si fa mallevadore di «un tal Hebreo Banchiere», al quale è concesso di aprire il banco con la facoltà di tenere presso di sé la famiglia.&lt;br /&gt;Il 16 giugno 1666 il Consiglio generale riminese boccia la proposta di chiedere al papa di ricostituire il ghetto, ad «utile e beneficio» della città.&lt;br /&gt;Rimini è sulla linea commerciale che dalle coste marchigiane porta a quelle ferraresi, entrambe controllate dai mercanti ebraici. I domini estensi nel 1598 sono passati sotto il governo di Roma, come accaduto a Pesaro nel 1631. &lt;br /&gt;Sul finire del 1670, la Municipalità riminese inoltra (inutilmente) al papa la richiesta di concedere la «facoltà di poter eriggere in questa Città un nuovo Ghetto d'Hebrei».&lt;br /&gt;Ci si giustifica con la necessità di portare «sollievo» economico a Rimini per mezzo di un «qualche poco» di commercio, fondamentale per una ripresa nelle «presenti contingenze della nuova fiera», per la quale gli ebrei sono considerati «necessarissimi».&lt;br /&gt;Nel 1693 gli ebrei chiedono di essere autorizzati a rivolgersi direttamente al pontefice per poter ottenere di rientrare in città. E fanno presente di avere a Roma un «buon mezzo» per comunicare con il papa.&lt;br /&gt;Il 17 febbraio 1693 il Consiglio generale discute il memoriale di quei commercianti ebrei «soliti a venire a servire con le loro mercanzie» a Rimini, e concede loro l'autorizzazione ad inoltrare al papa la supplica desiderata.&lt;br /&gt;Come sia andata a finire la faccenda a Roma, non è dato di sapere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La votazione del 1693 rovescia l'atteggiamento del Consiglio generale circa la presenza ebraica. I contrari sono soltanto due su 43. Erano stati 31 su 45 nella votazione del 16 giugno 1666 circa la richiesta di ricostituire il ghetto.&lt;br /&gt;Nel verbale del 17 febbraio 1693 si legge pure che «d'alcun tempo in qua» agli ebrei era stata proibita la dimora in Rimini con «danno comune» sia del «Monte della Pietà», sia della dogana, sia di «altro per la loro assenza».&lt;br /&gt;Gli israeliti erano dunque tornati ad essere presenti a Rimini dopo la distruzione del ghetto nel 1615. Nel loro memoriale si dichiara che «l'avergli levato il libero commercio» aveva provocato «danni notabili» a tutta la vita cittadina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il memoriale è del 1693. L'anno prima a Ferrara (la cui realtà economica era caratterizzata dalla predominanza ebraica), è stato introdotto dal cardinal legato Giuseppe Renato Imperiali il «libero commercio» dei grani (anche se per soli dodici mesi), nella provincia e fuori di essa, ripetendo analogo provvedimento pontificio di Clemente IX (1667-69).&lt;br /&gt;Il memoriale riminese del 1693 sembra rispondere alle attese del governo cittadino, il quale tenta di realizzare una propria politica, autonoma da Roma, nei confronti degli ebrei, non in nome di astratti princìpi ma in virtù di concretissime ragioni di generale convenienza economica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1660 avviene a Rimini un episodio emblematico.&lt;br /&gt;L'«Hebreo Servadio» è fatto prigioniero per esser stato trovato «senza licenza di dimorarvi», assieme al «suo amico» David.&lt;br /&gt;Servadio è salvato dalla pena corporale dei «tre tratti di corda» grazie all'intervento presso il vicario vescovile, di «Girolamo Giordani, gentilhuomo di Pesaro», di passaggio a Rimini.&lt;br /&gt;Servadio è multato di dodici scudi destinati alla Curia, e di due scudi per la cancelleria. La somma è pagata per lui da «un tal Gioseffo Montefiore hebreo di Pesaro».&lt;br /&gt;Servadio e David inviano un memoriale di protesta al Sant'Offizio.&lt;br /&gt;Il Sant'Offizio chiede al governatore riminese Angelo Ranuzzi «una sincera, ed esatta informazione della verità del fatto».&lt;br /&gt;Nel frattempo il vicario ottiene da Servadio la dichiarazione di non aver presentato alcun ricorso a Roma.&lt;br /&gt;Ma Roma ordina a Ranuzzi che siano restituiti a Servadio i dodici scudi della multa, con la spesa di uno scudo per la cancelleria. &lt;br /&gt;Ranuzzi esegue, ed informa Roma della richiesta fatta a Servadio dal vicario di una smentita circa il memoriale inoltrato dall'ebreo al Sant'Offizio. Richiesta a cui Servadio s'è sottomesso allo scopo di evitare ulteriori fastidi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ritorniamo al 1656 ed alla concessione al «Gentilhuomo Hebreo» di aprire il banco a Rimini, tenendo presso di sé la famiglia.&lt;br /&gt;Il 1656 è anche l'anno in cui a Rimini prende avvio la nuova fiera di sant'Antonio sul porto (dal 6 all'11 luglio), ripetuta nel 1659 e sospesa nel 1665 dal governatore.&lt;br /&gt;Essa riprende dal 1671 al 1680 con una continua diminuzione del «concorso» di mercanti e compratori. Per cui porta soltanto «incomodo» ai commercianti locali.&lt;br /&gt;Abbiamo visto che nel 1670 Rimini chiede al papa «un nuovo Ghetto d'Hebrei», «necessarissimi» nelle «presenti contingenze della nuova fiera».&lt;br /&gt;Nel 1678 non c'è disponibilità di moneta per gli affari della fiera, «per non essere seguiti li raccolti».&lt;br /&gt;Nel 1691 la fiera ritorna, senza smalto e senza gli effetti positivi sperati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla fiera del 1671 (durata undici giorni anziché gli otto previsti), sono presenti otto ditte di ebrei, tutte del settore tessile-abbigliamento: tre di Ancona, tre di Urbino, due di Pesaro.&lt;br /&gt;Le merci da loro introdotte hanno un valore pari al 28,25% del totale. &lt;br /&gt;Gli affari invece sono magri, immaginiamo non per la qualità dei prodotti offerti ma per il pregiudizio religioso nei loro confronti.&lt;br /&gt;Essi vendono soltanto il 16,82% dei loro prodotti, cioè il 10,16% del venduto totale della fiera. La media generale del venduto è del 46,71% contro il 10,16 degli ebrei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima notizia del diciottesimo secolo relativa alla presenza ebraica a Rimini, risale al 1775 e riguarda il battesimo di Isacco Foligno, di probabile origine pesarese.&lt;br /&gt;Nel 1796 alla fine di giugno, la contribuzione per i francesi è imposta pure agli ebrei. I quali sono arrestati «onde sottrarli da quegli insulti che una certa malafede del Popolo, avrebbe potuto accagionargli». &lt;br /&gt;Appartengono a cinque ditte, intestate a Moisé di Bono Levi, Samuel ed Elcanà Costantini, fratelli Foligno, Samuele Mondolfo, ed Abram e Samuel Levi.&lt;br /&gt;Quegli ebrei, «dimoranti con negozio da lungo tempo in Rimini», temendo, nel «passaggio delle Truppe Francesi», di poter esser «molestati per raggion d'avere per Comando Pontefficio il solito segno nel Capello», ottengono di toglierlo dopo il versamento alla comunità riminese di un «dono gratuito» di cinquecento scudi.&lt;br /&gt;Il «dono» è fatto, come scrivono i consoli di Rimini, «in luogo di darci conto del loro peculio, e del valore de rispettivi negozj, come da noi esigevasi». La Municipalità, soddisfatta della generosa offerta, versata oltretutto in moneta e non in oggetti preziosi, tralascia di sottolineare che essa andava contro le leggi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1799, il 30 maggio, la rivolta dei marinai, a cui s'accodano quelli che il mercante-cronista Nicola Giangi chiama «li birbanti di Città», si conclude con il saccheggio anche di due botteghe gestite da ebrei.&lt;br /&gt;Il notaio-cronista Zanotti descrive l'episodio come opera degli «insorgenti» antifrancesi che egli (da convinto legittimista) però distingue dai «rivoltosi» i quali, spinti dal «maligno furore della Plebaglia», agiscono invece contro la cosa pubblica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In un documento romano del 1793 si parla delle pelli d'agnello commerciate da Abramo Levi, imbarcate proprio a Rimini, e dirette verso il nord Europa.&lt;br /&gt;A Rimini sin dal 1500 si teneva una «fiera delle pelli» per la ricorrenza di sant'Antonio dal 12 al 20 giugno. Da essa deriva la fiera che nasce sul porto nel 1656, dedicata a sant'Antonio. Il 1656 è l'anno in cui si concede ad un israelita di aprire il banco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto sconosciuto nella sua precisa identità, questo «Hebreo Banchiere» è simbolo della tesi sostenuta da Maria Grazia Muzzarelli per la realtà cesenate del Quattrocento: gli ebrei sono stati considerati «da sfruttare sempre, tollerare a tratti e vessare ogni volta che» ce ne fosse bisogno politicamente.&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p align="justify"&gt;Archivio:&lt;br /&gt;1. &lt;a href="http://www.webalice.it/antoniomontanari1/indici/quantestorie.indice.html"&gt;Quante storie&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;2. &lt;a href="http://www.webalice.it/antoniomontanari1/indici/storia.ebrei.rimini.1192.html"&gt;Storia degli ebrei a Rimini&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p align="right"&gt;&lt;span style="font-size: 1.2em;color: #0000ff;"&gt;&lt;strong&gt;Antonio Montanari&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-7884974299011216698?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/7884974299011216698/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=7884974299011216698' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/7884974299011216698'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/7884974299011216698'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2007/10/lheretico-non-entri-in-fiera-societ.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-8238882234237613890</id><published>2007-07-23T23:42:00.000-07:00</published><updated>2008-11-13T02:17:52.574-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='francesca da rimini'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lorenzo renzi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='dante alighieri'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='il mulino'/><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/RqWfmQm-KYI/AAAAAAAAAC4/ZHggRWm0uBU/s1600-h/CAPPELLO.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://3.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/RqWfmQm-KYI/AAAAAAAAAC4/ZHggRWm0uBU/s320/CAPPELLO.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5090650433454483842" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;h2 style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 128);"&gt;  Sul "Corriere Romagna" di oggi, nella &lt;em&gt;Pagina aperta&lt;/em&gt;, è ospitata questa mia nota, intitolata «Un volume su Francesca».&lt;br /&gt;Riporto di seguito il testo pubblicato, che si legge anche in &lt;a href="http://www.e-monsite.com/antoniomontanari/rubrique-1032533.html"&gt;questo blog&lt;/a&gt; oppure nel sito di &lt;a href="http://www.webalice.it/antoniomontanari1/c/ilrimino/2007/1221.html"&gt;Riministoria&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/h2&gt;&lt;br /&gt;&lt;h3 style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 128);"&gt;  Un intero volume è stato dedicato dal prof. Lorenzo Renzi, docente di Filologia romanza nell’Università di Padova, all’episodio di Francesca da Rimini nella «Commedia» dantesca, con il titolo «Le conseguenze di un bacio» (il Mulino, Bologna 2007). Sono quasi trecento pagine che affascinano non soltanto per la dottrina che vi è espressa, ma anche per lo stile dell’autore che fa di tutto per alleggerire il peso della materia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltrandosi nel  terreno minato dei divieti posti dalla critica letteraria, da Francesco De Sanctis a Benedetto Croce, a non fantasticare su tanti «perché», Renzi si confessa simile a quei bambini terribili che davanti al monito di «non toccare» un oggetto, fanno di tutto per smontarlo: «Infaticabili violatori di tombe, abbiamo cercato di portare nello studio delle fonti lo spirito dei formalisti russi, distruttori di orologi per vedere come son fatti dentro».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E dentro la vicenda di Francesca da Rimini c’è un universo fatto di poesia, letteratura e storia che Renzi analizza in modo disteso ma profondo. Uno dei punti fondamentali del discorso di Renzi è, come dice il titolo del terzo capitolo, «La conversione di Dante»: attraverso l’episodio di Francesca, Alighieri «rinnegava il mondo della lirica d’amore, cioè contemporaneamente la poesia e l’amore terreno», ritornando ai Padri della Chiesa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uno dei rischi maggiori che si corrono davanti all’episodio di Francesca, avverte Renzi, è quello «di leggere, attraverso i commenti, non Dante, ma Boccaccio», non cioè lo scarno racconto dell’«Inferno» ma l’invenzione dell’autore del «Decamerone» che «per salvare Francesca» ne racconta la storia «a modo suo».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lettore trova a conclusione dello studio di Renzi un’inquietante osservazione: se tutta la vicenda di Paolo e Francesca parte dalla lettura di un libro, nella letteratura successiva si passerà ad intere biblioteche con lo stesso Boccaccio e sino ad Emma Bovary, passando idealmente attraverso quella di don Chisciotte. La quale, scrive Renzi, è «spogliata e commentata dal curato e dal barbiere: una rassegna di libri di cavalleria che dovrebbe avere la funzione di valutarli uno a uno in rapporto alla follia che ha colpito il loro lettore, ma che prende presto altre strade». Le strade che Miguel de Cervantes mostra nel cap. VII del suo romanzo: «Quella notte la governante arse e bruciò tutti i libri», compresi quelli che avrebbero meritato la salvezza, a dimostrazione «che a volte pagano i giusti pei peccatori».   &lt;/h3&gt;&lt;br /&gt;&lt;h3 style="text-align: justify; color: rgb(0, 0, 128);"&gt; &lt;/h3&gt;&lt;br /&gt;&lt;h3 style="text-align: right; color: rgb(0, 0, 128);"&gt;&lt;a href="http://www.e-monsite.com/antoniomontanari/rubrique-1032533.html"&gt;Antonio Montanari&lt;/a&gt; &lt;/h3&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;22 luglio 2007&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-8238882234237613890?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/8238882234237613890/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=8238882234237613890' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/8238882234237613890'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/8238882234237613890'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2007/07/sul-corriere-romagna-di-oggi-nella.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/RqWfmQm-KYI/AAAAAAAAAC4/ZHggRWm0uBU/s72-c/CAPPELLO.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-2741466187343435255</id><published>2007-03-19T04:01:00.000-07:00</published><updated>2008-11-13T02:17:52.688-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/Rf5uvQ2QbTI/AAAAAAAAAB8/1mJAL2R1G9I/s1600-h/170967.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/Rf5uvQ2QbTI/AAAAAAAAAB8/1mJAL2R1G9I/s320/170967.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5043590390956977458" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Un mio blog personale sul sito della Provincia di Rimini:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;a style="color: rgb(255, 0, 0);" href="http://blog.riviera.rimini.it/antonio_montanari/"&gt;blog.riviera.rimini.it/antonio_montanari&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-2741466187343435255?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/2741466187343435255/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=2741466187343435255' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/2741466187343435255'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/2741466187343435255'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2007/03/un-mio-blog-personale-sul-sito-della.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_QrhAuFrFD9U/Rf5uvQ2QbTI/AAAAAAAAAB8/1mJAL2R1G9I/s72-c/170967.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-114285220880036177</id><published>2006-03-20T02:55:00.000-08:00</published><updated>2006-03-20T02:56:48.820-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a style="font-weight: bold; color: rgb(255, 0, 0);" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://photos1.blogger.com/blogger/4366/2126/1600/squola.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://photos1.blogger.com/blogger/4366/2126/400/squola.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt; &lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Ricordi di scuola tra pubblico e privato a questo &lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;a href="http://www.webalice.it/antoniomontanari1/indici/scuola.2006.html"&gt;link&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-114285220880036177?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/114285220880036177/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=114285220880036177' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/114285220880036177'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/114285220880036177'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2006/03/ricordi-di-scuola-tra-pubblico-e.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23009553.post-114088026299841492</id><published>2006-02-25T07:10:00.000-08:00</published><updated>2006-02-25T07:11:03.006-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://photos1.blogger.com/blogger/4366/2126/1600/fontana.1993.am.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://photos1.blogger.com/blogger/4366/2126/400/fontana.1993.am.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 0, 0); font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 153);"&gt;Riministoria&lt;/span&gt; è un archivio informatico sulla storia di Rimini, a cura di &lt;a href="http://www.webalice.it/antoniomontanari1/mail.scrivimi.html"&gt;Antonio Montanari.&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Link principale siti internet: &lt;a href="http://www.webalice.it/antoniomontanari1/"&gt;www.webalice.it/antoniomontanari1/&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/23009553-114088026299841492?l=riministoria.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://riministoria.blogspot.com/feeds/114088026299841492/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=23009553&amp;postID=114088026299841492' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/114088026299841492'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23009553/posts/default/114088026299841492'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://riministoria.blogspot.com/2006/02/riministoria-un-archivio-informatico_25.html' title=''/><author><name>Antonio Montanari</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14795196081237935644</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://digilander.libero.it/antoniomontanari/blog.google.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
